L'ufficiale esclusione del Rimini dal campionato di Serie C e la successiva revoca dell’affiliazione FIGC continuano a scuotere il mondo del calcio. Sulla vicenda interviene Giusy Anna Scarcella, ex patron del club, che in un'intervista concessa ai colleghi di TMW, ricostruisce le tappe principali di una gestione che definisce segnata da ostacoli continui e in cui la sua reale autonomia sarebbe stata pressoché inesistente.

Scarcella ha esordito delineando lo stato di salute del Rimini al momento del suo arrivo, chiarendo che la situazione era già complessa. «La strada del Rimini, quando sono arrivata, era già in salita», ha ammesso l'ex patron.

La scelta di acquisire la società era inizialmente apparsa come un’opportunità, sia per l'ambito sportivo che per quello imprenditoriale. «La bozza di bilancio non era disastrosa, c’erano crediti da riscuotere. Il calcio garantisce visibilità e pensavo fosse un’opportunità». Tuttavia, sin da subito, la sua esperienza è degenerata, trasformandosi in una lotta continua. Scarcella ha raccontato di essersi trovata di fronte a «una guerra al massacro», con contestazioni che avrebbero avuto l'effetto di allontanare potenziali sponsor e investitori interessati al progetto.

Il nodo centrale della narrazione di Scarcella è il sequestro delle quote, che di fatto avrebbe paralizzato la sua capacità di agire e decidere. La nomina di un custode giudiziario da parte del Tribunale ha creato una situazione di stallo e ingerenza che ha reso impossibile una vera gestione.

«Il Tribunale ha nominato un custode giudiziario. Il Rimini, di fatto, non è mai stato mio: non potevo partecipare alle assemblee, mentre tutti volevano dirmi cosa fare», ha rivelato l'ex presidente, sottolineando la frustrazione di non poter esercitare i propri diritti e doveri.

A fine agosto, di fronte all'impossibilità di operare, è maturata la decisione di mettere il club in vendita. Scarcella ha affermato di aver fatto il possibile, anche dal punto di vista economico, e di aver cercato aiuto anche nelle istituzioni locali: «Ho fatto tutto ciò che potevo, anche economicamente. Ho chiesto aiuto al sindaco, ma non ho mai ricevuto risposta».

La trattativa con il gruppo legato a Nicola Di Matteo sembrava aver offerto una via d'uscita concreta. Scarcella si diceva convinta che la cessione fosse ormai perfezionata: «Il preliminare era firmato, loro hanno pagato il dissequestro, ma gli avvocati di Rota si sono opposti. Io ero convinta che il club fosse venduto».

Mentre lei era impegnata a definire gli ultimi dettagli della cessione, è arrivata la mossa fatale e inattesa. «Custode e sindaco unico avevano già presentato istanza di fallimento senza avvisarmi, mentre stavo perfezionando la cessione», ha svelato Scarcella, aggiungendo un elemento di sorpresa e amarezza al racconto del naufragio societario.

La conclusione è un'amara disillusione verso il mondo del calcio e il suo sistema. Scarcella definisce l'esperienza come una vera e propria crisi di identità, negando di aver mai avuto il pieno controllo della situazione. «Dire che ho gestito il club è una supercazzola. Tornassi a luglio, non prenderei nemmeno la squadra dell’oratorio. È stato un percorso disintegrante: il calcio non mi appartiene».

Sezione: Serie C / Data: Sab 29 novembre 2025 alle 17:25
Autore: Redazione Notiziario del Calcio / Twitter: @NotiziarioC
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