L'adrenalina lascia spazio alla lucidità, la festa del campo si trasforma nell'analisi fredda, pragmatica e spietatamente sincera della scrivania. Roberto Biagioli, presidente dell'Orvietana, si presenta in sala stampa dopo aver vissuto i 120 minuti più lunghi della stagione. La salvezza conquistata ai play-out contro il Poggibonsi è l'ennesimo miracolo sportivo della sua gestione, ma per il patron biancorosso non è il momento dei finti sorrisi di circostanza. È il momento della verità.
Il suo è un discorso a tutto tondo: un elogio alla squadra, una bacchettata a una città vissuta come troppo assente, e una durissima requisitoria contro il sistema del calcio dilettantistico italiano.
"A mente fredda mi rendo conto di quello che abbiamo fatto – esordisce il Presidente –. Secondo me è un'impresa, anche quella di quest'anno, perché ci salviamo vincendo i play-out. È facile dirlo dopo, ma come abbiamo visto, per l'ennesima volta, non avrei mai creduto né all'inizio né a metà campionato di trovarmi in questa situazione. Ma ce l'abbiamo fatta. Non era la prima volta, siamo più abituati a fare i play-out che a salvarci tranquilli, quindi un po' di esperienza c'è. È stata durissima, la partita l'avete vista tutti: vincere dopo 120 minuti, con due pali sulle nostre porte... insomma, il cuore ne risente di queste cose. Ma quando vedi questi segnali, capisci che è andata".
Il gol salvezza porta la firma di Nicola Sforza, un prodotto del vivaio. Un dettaglio che riempie d'orgoglio Biagioli: "Sono veramente felice del bel gol che ha fatto Sforza. Come ha già detto il mister, è un ragazzo nostro, ci ha dato tanto quest'anno e anche oggi, quando è entrato, ha dimostrato il suo valore".
Ma la gioia per il risultato sportivo non cancella l'amarezza per un ambiente che, secondo il Presidente, si accende solo nei momenti drammatici. Guardando gli spalti pieni per lo spareggio, Biagioli lancia una stoccata precisa: "Dico una cosa, non con cattiveria, ma per fare una nota: intanto ringrazio tutti, perché il pubblico è la linfa del gioco del calcio. Però vedere oggi lo stadio così mi fa riflettere... Mi piacerebbe vedercelo dieci domeniche su quattordici. La prima cosa che ho pensato quando sono entrato, e lo devo dire perché è una battuta che ci sta bene, è che 'ai funerali vengono tutti'. Tutti a dire quanto era bravo chi giocava, come lavoravano... Mi dispiace dire queste cose, prendo atto che Orvieto la conosciamo, ma quando c'è da aiutare si chiudono le porte. E oggi hanno dimostrato che sotto la cenere forse qualcosa brucia. Speriamo".
Il fulcro del suo intervento si sposta poi sulla sostenibilità del sistema calcio. Dopo 22 anni alla guida della società, Biagioli non usa mezzi termini per denunciare le storture della Serie D: "Vorrei dire di mettersi insieme ad altre società che non ha senso fare calcio in questo modo, con i costi e lo sperpero di questi tempi. Dalle Leghe allo Stato, io sono molto critico. Il mio amico presidente della Lega[Giancarlo Abete, ndr]... lo chiamo amico perché lo conosco da oltre vent'anni, mi ha chiamato anche lui per farmi i complimenti. Lo ringrazio, ma queste leggi, queste cose, sono contro il mio modo di vedere la vita, il calcio, il lavoro. Lasciamo perdere la Serie A, B o C, parliamo di noi: bisogna chiudere se uno ce la fa a guardare in faccia la realtà. Facciamo finta che ripartiamo da zero in un mondo normale: si dividono i debiti, chi è fallito chiude, domani mattina decide di pagare. In Italia invece succede di tutto. Non ci si può ammazzare contro un'altra azienda per giocare a calcio. Il calcio va avanti con regole degli anni '70-'80, lo cambiamo con quelle del '78... dobbiamo mettere il 'nuovo' dentro".
Un monito che si lega indissolubilmente al futuro dell'Orvietana. Biagioli resterà? Cederà il club? Le porte sono aperte, anche a chi viene da fuori: "L'energia non mi manca e non mi può mancare, devo guidare la macchina sennò sbanda. Adesso non c'è tempo di fare nulla, bisogna mettersi seduti subito per capire quello che bisogna fare. Le idee non si possono anticipare, ma ne ho una bella. Se da Terni vengono a bussare? Oggi sto a Orvieto, ci mettiamo seduti e parliamo. Non si può negare niente. Questa è diventata un'azienda, non è un gioco in Serie D senza soldi. Sono aperto a tante soluzioni. Ma se non ci sarà nulla, si continuerà a fare quello che abbiamo fatto finora".
Il modello Orvietana, in ogni caso, dovrà basarsi sempre di più sui giovani. È l'unica via d'uscita per evitare il collasso: "Il gruppo giovani sarà uno degli obiettivi. Avremo 8 o 10 giovani, 8 tutti che possono giocare in prima squadra. E giocheranno. State tranquilli che giocheranno. Questo è quello che abbiamo fatto quest'anno, tre anni fa abbiamo vinto arrivando primi, poi ci siamo salvati all'ultima giornata, quest'anno ai play-out... Io sono di quelli che la Federazione ha votato per mettere un solo under in quota, ma come al solito la maggioranza ha deciso di metterne tre. Devono giocare coi soldi di quegli altri. Ma se i presidenti non cominciano a incontrarsi e a decidere come risolvere questo problema, è finita".
La chiusura è un avvertimento amaro, il testamento di un uomo di sport stanco di lottare contro i mulini a vento: "Lo ripeto in un paese come Orvieto, 18.000 abitanti: c'è qualcuno dopo di me, dopo 22 anni, che ha voglia di fare o no? Se no io non ci posso stare 30 o 50 anni. La palla si tocca, si buca. E se buca la palla non si gioca più. Cento anni non ce li abbiamo. Se capiamo questo, forse ci salviamo. Quando finiranno quei quattro 'folli' appassionati come me, rimarranno in quattro o cinque a giocare a pallone. Giocheranno a briscola".
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