Serie C tra cancellazione e riforme. Rimini umiliato, "premiate" le penalità

L’aggiornamento spesso non porta benefici, sarebbe opportuno mantenere e consolidare vecchie tradizioni. In attesa del reintegro della vecchia C2.
31.05.2020 08:57 di Daniele Manuelli   Vedi letture
Serie C tra cancellazione e riforme. Rimini umiliato, "premiate" le penalità

I salvatori del calcio. Venivano definiti in questa maniera coloro che dettavano la nuova linea guida da intraprendere in un cammino che non sarebbe stato più tortuoso ma che in verità avrebbe portato alla salvaguardia del calcio nostrano. Oggi chi percorre l’autostrada della C pare immettersi nella Salerno - Reggio Calabria e per chi ha avuto l’onore e il piacere di percorrerla può capire bene cosa intenda.

Da dove iniziamo?  Iniziamo a parlare di economia.  Oggi il calcio rappresenta la terza entrata del nostro paese, non possiamo farne almeno, è divenuto come il nostro pane quotidiano. Weekend intenso che parte dal venerdì sera con l’anticipo di B e di C e si protrae al sabato pomeriggio tra serie A, B, e calcio estero fino a concludersi nella tarda serata, mentre la domenica suona al nostro campanello di casa all’ora di pranzo perché anche all’estero hanno diritto a godersi parzialmente la nostra serie A. Il pomeriggio, la sera, serie A, B, C e calcio estero. Finito? Neppure a parlarne il lunedì si prosegue con il Monday Night, una moda all’inglese seguita da noi perché attratti dalla pronuncia di sua maestà Elisabetta. Ecco dunque il pretesto. Via allo spezzatino, via all’era moderna. Ma maledetto fu l’anno in cui fu abolita la vecchia C2 (2014). Il calcio era in crisi e la C2 dagli anni 90´ emetteva drammatici verdetti, specie al Sud dove si annotavano piazze importanti. La rivoluzione fu quella del cambiamento, in principio, da serie C1 e C2 a Prima e Seconda Divisione, idea originaria, la fantasia devo dire che non è mai mancata. In seguito per far capire e rendere al meglio il messaggio la serie C divenne Lega Pro, infine portata nuovamente al nome originale serie C tanto da confondere le idee agli stessi addetti ai lavori perché se oggi provi a chiedergli, in che categoria militano, molti ti risponderanno in serie C, altri in Lega Pro. E´ la stessa cosa tranquilli, il problema però esiste a partire dal nome, figuriamoci in campo.

Le 60 squadre appartenenti al calcio di C, vivono di forze loro, i presidenti, sono quelli caldi, tifosi, che coltivano la passione, in questo sport dedicando anima e corpo alla città appartenente o alla città ereditata per gettarsi in un sogno che visto con gli occhi da bambino appare un’isola felice, poi quando entri nel vivo del gioco, il sogno diventa incubo, inizi a sudare, ti accorgi che passi dai campi in erba a quelli sintetici con le bolle ai piedi perché le spese aumentano e tu se non sei un bravo reggente, e se vicino non hai quantomeno un piedistallo sul quale appoggiarti,chiudi i battenti. La soluzione paradossale è stata quella di eliminare la quarta serie, la vecchia C2, ricordiamo annotava tre gironi da 18 squadre per un totale di 54 club. Troppi fallimenti, troppe incertezze ma erano anche campionati senza il rispetto della regola, dove le iscrizioni, le garanzie venivano date attraverso una stretta di mano che spesso si rivelava un bacio di Giuda. I grandi capi, all’italiana protestavano ma non agivano e quando la confusione è divenuta talmente tanta da non poter scappare si è scelta la soluzione più ovvia di fronte al senso della responsabilità: via all’abolizione. I club dalla D all´inizio gongolavano ma quando arrivavano al paradiso della C iniziavano a scricchiolare, strutture non all’altezza della situazione, spese ulteriori dovute al trasferimento anche a domicilio, dalla propria casa a quella più vicina, fino alla mancanza di introiti che potessero garantire una resistenza, una progettazione e un futuro, perché oggi per fare la C, o sei un presidente, un capo con le spalle larghe e i conti a norma, altrimenti, passi alla chiusura della serranda. Di esempi ce ne sarebbero tanti, il salto dalla D, alla C, dal calcio dilettantistico a quello professionistico è inappropriato, troppo grande e non rende giustizia neppure alla scalata verso la gloria, Chievo e Sassuolo insegnano.

Ma la colpa di chi è? La colpa è di chi oggi governa il calcio senza toccare con mano le realtà odierne, senza trovare un senso alla ragione, scappando di fronte all’evidenza come è successo in questo drammatico periodo per il nostro paese, dove serviva oculatezza, protezione e continuo dialogo. La prima scelta, quella di bloccare le retrocessioni mandando in B le prime tre di ogni girone e la quarta squadra con il coefficiente sportivo migliore negando i Play Off è da cartellino rosso, con tanto di immediato sconforto da parte del Consiglio Federale che aveva annunciato di non essere favorevole al blocco delle retrocessioni e all’abolizione dei Play Off. Nel frattempo, Ghirelli si ritrova Bari,  Monopoli, Reggio Audace, Ternana (solo per citarne alcune) pronte a farsi sentire, via dunque al secondo step, quello del Consiglio Federale: Si riparte, linea univoca contro Ghirelli, protocolli obbligatori e tutti giù per terra, anzi no, non è così, si apprende qualche giorno dopo che si giocheranno solo  Play off e Play out, le ultime in classifica retrocedono automaticamente mentre le prime in graduatoria salgono di diritto in Serie B. Monza, Vicenza e Reggina fanno festa, festeggiano le squadre interessate ai Play Off, mormorano le squadre costrette a giocarsi i Play Out e Gravina promette a tutti possibili contributi, ma soprattutto i Play Off divengono volontari, di difficile interpretazione se vediamo  che nel girone B il Piacenza ha praticamente chiuso in maniera consensuale il rapporto con alcuni tesserati e il proprio direttore sportivo facendo capire chi sarà il prossimo. Previsto in caso di rinuncia lo zero a tre a tavolino? Vedremo. Direi che con tale formula, i Play Off siano cosi emozionanti da catturare sicuramente share importanti.

Le retrocesse? L’esempio è il Rimini. I romagnoli ultimi in classifica nel girone B, ricevono rassicurazioni sul blocco delle retrocessioni, come tanti club fanno capire che le spese per i protocolli necessari non sono sopportabili, poi alla notizia della riapertura totale del campionato, il Rimini con undici gare da giocare e 33 punti  in ballo, coglie l`attimo per capire se ci sono davvero le condizioni per giocare, fino a quando in anticipo arriva la notizia che la Lega ha deciso che scenderà in campo  per i soli Play Off e Play Out con il place ulteriore per la disputa della finale di Coppa Italia tra Ternana e Juve Under 23. Con una lettera disperata mandata a Spadafora e company mezzora dall´inizio della riunione fatale il Rimini gioca l´ultima carta per comunicare il proprio disappunto. La lettera avrà un contenuto ma mai un destinatario in grado di cogliere l´attimo vincente. La rabbia in città è doppia se si pensa che per una assurda regola, che pur appartenendo al punto G del regolamento, non reca assolutamente piacere ma bensì dispiacere: “stessi punti in graduatoria del Fano (non me ne voglia), uguale è anche la differenza reti e le partite giocate ma a condannare i romagnoli sono le 4 vittorie in stagione contro le 5 dei marchigiani”. Una beffa! Un tempo si sarebbe svolto uno spareggio per accedere alla salvezza diretta, in questo caso, sarebbe stata opportuna una formula identica. Ci tengo a precisare che le colpe della società e della squadra rimangono in quanto se si è ultimi in classifica non è mai per caso e che la carta canta, il regolamento alla mano non perdona anche se rimane assolutamente discutibile. La rabbia in città viene espressa anche dal primo cittadino che richiamato all’ordine dal tifo più acceso, ha deciso di stilare una lettera facendo sentire il proprio rammarico e prendendo assolutamente le distanze dalla proposta del Consiglio Federale e dalla linea Gravina. Se di regole e di rispetto si parla, chiediamo se sia giusto condannare una squadra  (con i conti apposto) alla D (seppure con demeriti sportivi inerenti al campo) quando in C, anche nell’ultima settimana, si sono aggiunte al Rieti altre formazioni che subiranno penalizzazioni in classifica (non me ne vogliano le interessate). È questo il famoso cambiamento? Eppure Gravina dovrebbe saperne qualcosa, in quanto essendo stato presidente del piccolo miracolo Castel di Sangro, ha visto cosa significhi non avere e costruire uno stadio da categoria, quanto comporti  spostarsi altrove, come fossero importanti gli introiti televisivi nella categoria e quanto fosse bello scalare le categorie dalla D alla B (nel suo caso passando per la C2 e la vera C).

Umiltà, senso del dovere, di responsabilità, perché se di cambiamento si tratta, se fatto per il bene dello sport e del calcio italiano, facciano un passo indietro tutti. La soluzione Serie A, B e C a 20 squadre, D 4 gironi da 18, Interregionale 12 gironi da 16 sarebbe forse quella più opportuna. Possibilmente senza l'introduzione delle seconde squadre. È una semplice idea alla quale mi aggrappo avvalendomi della formula speranza augurandomi che possa essere messa nelle prossime norme federali.

Infine, i contratti dei calciatori. Occorre urgentemente, puntualizzare questo punto. Nel semiprofessionismo molti giocatori guadagnano 1200 euro netti al mese, il minimo federale, mentre lo scaglione successivo porta a quota 2000 euro netti al mese. Uno stipendio più che accettabile, se non fosse che deve compensare il lavoro di uno sportivo che ha davanti massimo 15 anni di carriera, quindi dopo la fine della professione, dovrà sicuramente trovarsi una nuova esistenza professionale. Non a caso la serie C, tranne nel caso di alcuni privilegiati, che percepiscono 10.000 euro al mese, è già oggi una realtà semiprofessionistica. Non a caso La FIGC, per risolvere il problema degli ingaggi in Serie C, ha chiesto al governo di estendere (in questo periodo dettato dal Covid19) la cassa integrazione a chi guadagna meno di 50.000 euro lordi. Quindi non intese sui tagli come serie A e B, ma un ammortizzatore sociale.

Sicuramente non sarà facile in quanto il massimale è fissato a 15.000 euro ma darebbe l’idea della normalità dei calciatori di C rispetto ai colleghi delle serie maggiori. Ma la domanda è sempre la stessa: ”Vista la situazione del Covid 19 come sia stata affrontata, siamo sicuri che ci siano dietro la scrivania le persone giuste in grado di prendersi una volta per tutte i meriti e i demeriti che comporterebbero una sanificazione del calcio nostrano con relativa costruzione?”. La risposta? E´ scontata nella mia affermazione finale, ma  può essere d´aiuto l'ausilio di una vocale che corrisponde alla O ma anche a un numero che corrisponde a zero, zero come  il voto al calcio nostrano che per tanti non ha più quel sapore antico. Persa la magia, perso la volontà. Ridateci la vera C.

* Messaggio Promozionale. Domani sera -1 giugno- dalle ore 21 sulla pagina Facebook di SportUpRimini parleremo degli argomenti trattati in questo articolo.