C'è chi la Triestina l'ha vissuta quando era poco più di un'idea, quando si trattava di ricostruire tutto dalle fondamenta dopo il fallimento. Luca Piscopo, difensore goriziano classe 1987, fu tra i protagonisti di quel percorso: quattro stagioni in riva all'Adriatico, dal 2012 al 2016, durante le quali contribuì alla risalita del club dall'Eccellenza fino alla Serie D, passando per salvezze sofferte ai play-out contro Dro e Liventina, in un contesto societario tutt'altro che sereno.
Oggi Piscopo guarda da fuori e commenta con amarezza il ritorno dell'Unione nella quarta serie nazionale. «Sicuramente non è piacevole vederla tornare in D e soprattutto vedere la situazione che la Triestina sta vivendo da tempo tra numerosi cambi di proprietà che hanno penalizzato la squadra, con una progressiva disaffezione della tifoseria. Sappiamo tutti la storia del club e sarebbe un peccato che si continui con questa linea senza un cambio di rotta» ha dichiarato Piscopo in una intervista al quotidiano "Il Piccolo".
Una storia che conosce bene, la sua. In quegli anni tra Mehmeti, Mbock, Pontrelli e Favarato, Piscopo visse sulla propria pelle le contraddizioni di una società in perenne fibrillazione, imparando cosa significhi indossare una maglia pesante in circostanze tutt'altro che ideali. «Non è affatto facile, perché si tratta di ragazzi normali che si trovano ad affrontare situazioni scomode, ragazzi che col calcio ci lavorano e ci vivono e quando ci si trova in certe situazioni non è facile rendere al massimo in campo».
Eppure, nonostante tutto, quella Triestina non smise mai di combattere. E lo stesso vale, a suo avviso, per la squadra di quest'anno. «Questo significa che a livello sportivo e umano ci sono stati valori importanti che lo staff e chi è vicino alla squadra è stato capace di trasmettere. Quindi grande merito ai ragazzi che hanno onorato alla grande la maglia in questa situazione, perché inevitabilmente la testa va alle problematiche e quando non giochi libero c'è il pericolo di rendere meno».
Sul fronte societario, la gestione attuale sembra puntare innanzitutto al risanamento dei conti. Ma per Piscopo questo non basta. «Io dico che al di là dell'aspetto economico e dei debiti che ovviamente vanno saldati, Trieste ha bisogno di vedere nei prossimi anni un progetto sportivo degno del suo nome, con una visione che sia diametralmente opposta a quanto visto negli ultimi anni, a prescindere dalla categoria. Che si riparta con la voglia di fare davvero calcio».
La parola chiave, per l'ex difensore, è una sola: credibilità. «Oltre al progetto, è necessario che ci sia una persona seria dell'ambiente che sappia di calcio. Una figura che sia credibile anche per la gente. Solo così si riconquista il sostegno dei tifosi: perché io ricordo un attacco e un affetto viscerali da parte della gente all'Unione, e la gente che si è allontanata va riconquistata».
Un legame profondo, quello tra la città e il club, che Piscopo ha toccato con mano ogni volta che scendeva in campo. «È stato incredibile giocare con la maglia alabardata, nonostante la categoria è stato davvero qualcosa di speciale perché è una piazza dove ti senti calciatore a tutti gli effetti. Ho vissuto anni emozionanti e bellissimi, ma sono stati anche anni sportivamente molto difficili tra varie disavventure societarie e, anche all'epoca, continui cambi di proprietà».
Il sogno, da appassionato oltre che da ex protagonista, è chiaro. «Da tifoso e da sportivo con la Triestina nel cuore, mi piacerebbe vedere una proprietà sana, ancora meglio se fosse di Trieste, ma in ogni caso la cosa fondamentale è che si possa soprattutto ripartire da basi solide, idee chiare e serietà».
Nel frattempo, Piscopo non ha smesso di giocare. A quasi 38 anni — li compirà tra poche settimane — milita nella Juventina, con cui ha appena conquistato la Coppa Italia regionale di Eccellenza. «Sì, per noi è stato un anno speciale visto che abbiamo vinto la Coppa Italia regionale di Eccellenza. La mia idea è quella di continuare ancora a giocare. Ho comunque già fatto il patentino Uefa B che consente di allenare fino alla D, ma mi sento ancora calciatore e voglio ritagliarmi ancora qualche anno a giocare».
Un futuro in panchina, dunque, non è escluso. Ma per ora Piscopo preferisce restare sul campo, lontano dai riflettori, a fare quello che sa fare meglio. Mentre osserva la Triestina affrontare l'ennesima ripartenza, con la speranza — condivisa da molti — che questa volta sia davvero quella giusta.
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