Un gesto violento che non ha posto nel calcio, né nello sport in generale. È quanto accaduto domenica durante il match di Promozione femminile tra Gropello e Eva Milano, una partita che avrebbe dovuto essere una normale sfida agonistica e che si è invece trasformata in un caso di risonanza nazionale, amplificato dalla rapida diffusione del video sui social network.
Al quindicesimo minuto del secondo tempo, con il punteggio in perfetto equilibrio sul 3-3, il tecnico del Gropello abbandona la propria area tecnica per protestare contro una decisione arbitrale ritenuta ingiusta. Nella concitazione del momento, l'allenatore arriva a spingere fisicamente Silvia Lo Bosco, capitana dell'Eva Milano. L'arbitro reagisce con l'espulsione immediata del responsabile, ma il clima ormai incandescente che si è creato sul terreno di gioco convince il direttore di gara a decretare la sospensione dell'incontro. La decisione definitiva sulla vicenda è attesa dal giudice sportivo.
La società meneghina, nata in estate su iniziativa di Giuseppe Mammome e Leonardo Aleotti — con il contributo della content creator calcistica Maria Caciotto, figura molto seguita sulle piattaforme digitali — non ha lasciato cadere l'accaduto nel silenzio. Il club ha rilasciato una dichiarazione netta e senza ambiguità: «Domenica è successo qualcosa di vergognoso, non è tollerabile che venga usata violenza fisica da un uomo, un allenatore verso il nostro capitano. Mettere le mani addosso a una ragazza è un fallimento umano e professionale, e non c'è dinamica di gioco, provocazione o tensione agonistica che possa giustificare la violenza».
La società ha inoltre ribadito la propria missione fondativa, sottolineando come l'episodio sia in aperto contrasto con i propri valori: promuovere «il bello del calcio femminile, e veicolarne i valori più sani, questo gesto è inaccettabile».
Di fronte alle accuse e all'onda di sdegno montata sui social, il club lomellino ha scelto la via della responsabilità pubblica, diffondendo un comunicato ufficiale in cui non cerca attenuanti. «Intendiamo esprimere le scuse formali per il gesto compiuto dai nostri tesserati e come società, ribadiamo con fermezza che nessuna forma di provocazione può costituire giustificazione per comportamenti non conformi a principi di lealtà, correttezza e rispetto che devono sempre contraddistinguere l'attività sportiva».
La nota precisa inoltre che l'allenatore coinvolto ha agito tempestivamente sul piano personale: «Il tesserato coinvolto ha subito provveduto a scusarsi personalmente con la giocatrice interessata, assumendosi pienamente la responsabilità dell'accaduto e riconoscendo l'inappropriatezza del proprio comportamento». Il Gropello chiude il comunicato con una presa di distanza netta: «L'Asd Gropello San Giorgio precisa che quanto accaduto non rispecchia in alcun modo i valori, i principi e l'identità della società, né quelli alla base del progetto Gropello Women».
Al di là delle sanzioni sportive che il giudice sportivo sarà chiamato a comminare, la vicenda pone interrogativi che travalicano i confini del rettangolo di gioco. Il calcio femminile italiano, in una fase di crescita e di progressiva conquista di visibilità, non può permettersi che episodi di questo tipo ne offuschino l'immagine. La reazione corale dell'opinione pubblica — che attraverso i social ha condannato con durezza quanto avvenuto — è in tal senso un segnale positivo: la soglia di tolleranza verso la violenza, anche quella apparentemente minore, si è abbassata. E questo, nel lungo periodo, può soltanto fare bene allo sport.
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