La notizia era nell'aria, pesante come il clima che si respirava al "Bertoni" sabato scorso, ma l'ufficialità arrivata oggi lascia comunque l'amaro in bocca a chi crede ancora che il calcio possa essere programmazione e non solo isteria: Tommaso Bellazzini non è più l'allenatore del Siena.
L'esonero arriva dopo un fine settimana che definire surreale è un eufemismo: prima la contestazione violenta dei tifosi durante la rifinitura, poi la reazione nervosa del tecnico, e infine la "scomparsa" dalla panchina nella sconfitta di domenica contro lo Scandicci, con la squadra guidata dal match analyst Cioni. Ma ridurre tutto agli ultimi tre giorni sarebbe un errore miope. Qui il problema non è (solo) la classifica o la tensione con la piazza; il problema è la coerenza.
Facciamo un passo indietro. L'estate scorsa, la nuova proprietà svedese e la dirigenza senese avevano fatto una scelta precisa, coraggiosa, a tratti impopolare ma affascinante: affidare la rinascita della Robur a un tecnico emergente, quel Bellazzini che tanto bene aveva fatto a Ghiviborgo, portando idee fresche e un calcio propositivo in provincia.
Non si parlava di "tutto e subito". Si parlava di un progetto triennale. Si parlava di "Anno Zero". La scelta di Bellazzini non era un tappabuchi, ma la pietra angolare di una costruzione a lungo termine. Esonerarlo oggi, alle prime vere difficoltà e sotto la pressione della piazza, significa ammettere di non aver mai creduto davvero in quella scelta. Significa aver mentito a sé stessi e ai tifosi sulla natura del percorso intrapreso. Tutto legittimo resta inteso.
Rileggere oggi l'intervista che Bellazzini rilasciò durante il ritiro estivo fa quasi male. In quell'occasione, il tecnico pisano parlò con lucidità disarmante delle insidie che avrebbero incontrato: "Siamo consapevoli che ci vorrà tempo", Bellazzini a luglio. "Abbiamo una rosa giovane, quasi interamente rinnovata. La società mi ha chiesto di costruire un'identità, non di vincere il campionato a dicembre. Questo è un progetto triennale: costruiremo le fondamenta quest'anno per puntare in alto nel tempo. Ho accettato Siena perché ho sentito la fiducia nel voler fare calcio in modo diverso, senza l'ansia del risultato immediato".
Parole che oggi suonano come una condanna per la dirigenza. Dov'è finita quella consapevolezza? Se si sceglie un "costruttore" e un profilo giovane per un piano triennale, lo si difende quando il mare è in tempesta. Non lo si getta a mare alla prima ondata per placare la folla.
Il Siena, con questo esonero, torna al "via" del Monopoli. Brucia un allenatore promettente che, numeri alla mano (media punti di 1.39), paga le critiche di un ambiente che, comprensibilmente scottato dagli anni passati, ha poca pazienza.
Ma il compito di una società forte è proprio quello di fare da scudo, di isolare la squadra e il tecnico per permettere al lavoro di pagare. Invece, il silenzio assordante degli ultimi giorni è stato rotto solo dal comunicato di esonero.
Si è scelto di sacrificare il colpevole perfetto piuttosto che difendere un'idea. Forse il Siena approderà ai play-off, forse il cambio in panchina darà la famosa "scossa", ma il progetto di costruzione tecnica e culturale è, di fatto, fallito oggi. E la sensazione è che a Siena, ancora una volta, l'urgenza del presente abbia divorato il futuro.
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