Non bastava nemmeno vincere: un pareggio avrebbe fatto ugualmente la storia. Eppure l'Inter ha voluto celebrare il proprio ventunesimo titolo di Campione d'Italia nel modo più netto possibile, rifilando un 2-0 al Parma davanti al proprio pubblico e chiudendo i conti con tre giornate ancora da disputare.
San Siro si è svegliato già in festa. Prima del fischio d'inizio, un minuto di silenzio in memoria di Alex Zanardi ha avvolto lo stadio in un'atmosfera solenne, prima che i cori della curva riprendessero a scandire il ritmo di una serata destinata a restare nella memoria collettiva nerazzurra.
La vittoria porta la firma tecnica di Cristian Chivu, alla sua prima stagione sulla panchina interista fin dall'inizio del campionato. Il tecnico romeno entra di diritto in una ristretta cerchia di privilegiati: è soltanto il quarto allenatore in Serie A a conquistare lo scudetto alla prima annata completa da timoniere. Ma c'è di più. Chivu diventa il secondo nella storia del club a sollevare il tricolore sia da calciatore sia da allenatore, un'impresa riuscita in precedenza ad Armando Castellazzi — con la precisazione storica che Virgilio Fossati ci era riuscito anch'egli, ma nell'era precedente al girone unico, agli albori del Novecento.
Un traguardo che consolida ulteriormente il legame viscerale tra il tecnico e la società meneghina, in un momento in cui il club può anche guardare con relativa serenità al cosiddetto caso arbitri, vicenda che non vede i nerazzurri tra i soggetti indagati.
La partita ha rispettato la logica del momento. Il Parma, già al sicuro dalla retrocessione e dunque privo di obiettivi di classifica concreti, si è presentato a San Siro con un atteggiamento insolitamente propositivo, lasciando spazi che l'Inter, comprensibilmente appesantita dalla tensione dell'occasione, non è riuscita a sfruttare con continuità. Il principale beneficiario di questi varchi avrebbe dovuto essere Dumfries, ma la serata dell'olandese non è stata delle più ispirate in fase conclusiva.
La traversa — ventesimo legno stagionale per i nerazzurri, un dato che racconta una storia di sfortuna e imprecisione — ha negato la gioia a Barella, mentre dall'altra parte Pellegrino e compagni hanno sprecato un paio di occasioni che avrebbero potuto complicare i piani della festa.
Poi, quando il risultato sembrava cristallizzato sullo 0-0 — punteggio che, peraltro, sarebbe stato sufficiente per la matematica certezza del titolo — è arrivata la giocata che ha cambiato la serata. Una verticalizzazione di Zielinski ha liberato Marcus Thuram, il cui piattone preciso ha trafitto Suzuki: 1-0 a fine primo tempo, e da quel momento San Siro ha smesso di trattenersi.
Il secondo tempo si è trasformato in qualcosa di ibrido tra una partita di calcio e una celebrazione anticipata. Il Parma, con la testa già altrove e nessuna pressione di classifica, non ha opposto resistenza significativa, lasciando all'Inter il palcoscenico per completare l'opera e dare spazio ai protagonisti della stagione.
Chivu ha chiamato in causa Lautaro Martinez e Henrikh Mkhitaryan, due simboli di questo ciclo vincente. L'argentino ha fornito l'assist, l'armeno ha depositato in rete il pallone del 2-0: un gol che ha dissolto ogni residuo di tensione sugli spalti — ammesso ve ne fosse ancora — e trasformato definitivamente San Siro in un palcoscenico di festa.
Il ventunesimo scudetto dell'Inter arriva in un momento non semplice per il calcio italiano, attraversato da polemiche, inchieste e ombre che ne offuscano l'immagine. In questo contesto, la festa nerazzurra rappresenta qualcosa di più di un semplice trionfo sportivo: è un momento di gioia collettiva, autentica, capace di restituire per una sera il senso originario di quello che dovrebbe essere il gioco del calcio.
San Siro ha risposto con il calore e la passione che si convengono a un appuntamento simile. L'Inter è campione d'Italia. Di nuovo. Per la ventunesima volta.
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