Ci sono uomini che la vita la subiscono, e altri che la prendono a morsi, anche quando il destino decide di accanirsi con una ferocia inaudita. Alessandro "Alex" Zanardi apparteneva, e apparterrà per sempre, alla seconda categoria. Ieri sera, 1° maggio 2026, il suo viaggio terreno si è concluso all'età di 59 anni. Si è spento serenamente, circondato dall'affetto di quella famiglia – la moglie Daniela e il figlio Niccolò – che è stata la sua roccia e la sua corazza in questi lunghissimi anni di battaglie silenziose. L'Italia e il mondo intero perdono non solo un grande pilota o un formidabile atleta, ma un moderno supereroe dello sport, il simbolo per eccellenza della resilienza umana.
La vita di Alex è stata un film intenso, diviso in tre atti. Il primo è quello dell'adrenalina e della velocità su quattro ruote. Nato a Bologna nell'ottobre del 1966, Zanardi si fa strada a suon di talento, coraggio e un sorriso ironico e contagioso. Dalla gavetta sui kart fino all'approdo nell'Olimpo della Formula 1, dove negli anni '90 disputa 41 Gran Premi correndo per Jordan, Minardi, Lotus e Williams. Ma è oltreoceano, nel campionato americano CART, che diviene una vera leggenda: conquista due titoli consecutivi nel 1997 e nel 1998 e fa innamorare il pubblico a stelle e strisce.
Poi, il primo, drammatico spartiacque: il 15 settembre 2001. Sulla pista tedesca del Lausitzring, un incidente spaventoso spezza la sua vettura e gli trancia entrambe le gambe. Zanardi sopravvive per miracolo a un dissanguamento che non gli avrebbe dovuto lasciare scampo. "Mi sono svegliato e ho deciso di guardare la metà che era rimasta, non quella che mancava", racconterà in seguito. È in quel letto di ospedale che inizia il suo secondo atto.
Rifiutando l'autocommiserazione, Alex torna in pista con vetture modificate, ma soprattutto scopre l'handbike. Nel paraciclismo diventa una forza della natura, un cannibale insaziabile: trionfa ovunque, conquistando quattro medaglie d'oro e due d'argento tra i Giochi Paralimpici di Londra 2012 e Rio 2016, arricchendo il palmarès con dodici titoli mondiali. A Londra, viene scelto come portabandiera azzurro per la cerimonia di chiusura, alzando la sua handbike al cielo in un'immagine iconica che ha fatto il giro del mondo. Il suo segreto era racchiuso nella sua "teoria dei 5 secondi": quando sei sfinito e pensi di non poterne più, tieni duro altri cinque secondi, perché è proprio in quel momento che gli altri si arrendono.
Eppure il fato, cinico, aveva in serbo un'ennesima, crudele prova. Il 19 giugno 2020, durante una tappa sulle colline senesi di Pienza per "Obiettivo Tricolore" – la staffetta di beneficenza da lui stesso ideata per promuovere lo sport paralimpico – Alex perde il controllo della sua handbike, scontrandosi con un camion. Riporta gravissimi traumi cranici e facciali. Segue un lunghissimo coma, svariati e complessi interventi neurochirurgici e un difficilissimo percorso di riabilitazione in clinica, prima del ritorno a casa protetto dall'amore dei suoi cari e nel massimo riserbo, lontano dai riflettori, fino all'annuncio odierno.
Oggi lo piangono tutti. Le massime cariche dello Stato e del mondo dei motori si uniscono in un cordoglio unanime. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ricordato come Zanardi sia stato per anni un "punto di riferimento di tutto lo sport, amato e ammirato anche per il coraggio, la resilienza e la capacità di trasmettere entusiasmo". La Premier Giorgia Meloni lo ha definito "capace di trasformare ogni prova della vita in una lezione di coraggio, forza e dignità". Stefano Domenicali, a capo della F1, e la FIA hanno reso omaggio alla sua figura ispiratrice e all'eredità incancellabile che lascia dietro di sé.
Se ne è andato nello stesso giorno (il 1° maggio) in cui, 32 anni fa, ci lasciava Ayrton Senna. Ma di Alex Zanardi non ricorderemo il buio della tragedia. Ricorderemo la sua voce squillante, l'ottimismo a oltranza e quel sorriso di chi sa di aver fregato la morte per ben due volte, godendosi fino all'ultima goccia tutto l'amore che la vita poteva ancora offrirgli. Ci ha insegnato che quando il destino ti toglie le gambe, puoi sempre imparare a volare.
Buon viaggio, Alex. E grazie.
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