C'è chi diventa calciatore per vocazione, chi per caso, e chi per una combinazione di entrambe le cose. Lorenzo Palmisani appartiene alla terza categoria. Portiere del Frosinone Calcio, classe da affinare sul campo e radici profonde nella Ciociaria, il giovane estremo difensore ha ripercorso la propria storia ai microfoni de I Fatti Vostri, la trasmissione di Rai 2, offrendo un ritratto personale tanto insolito quanto autentico.
Pochi calciatori possono dire di aver vissuto dall'altra parte della barricata le stesse partite che oggi disputano da protagonisti. Palmisani sì. Nato e cresciuto a Frosinone, ha trascorso anni sugli spalti dello stadio Benito Stirpe prima di calcarli da professionista. Un legame con la città e con la squadra che non nasce dalla carriera, ma la precede di gran lunga.
«A casa tifavano la Juventus», ha raccontato. «Ho iniziato a tifare Frosinone perché vedevo che tutti i miei amici lo tifavano, poi mi sono fatto condizionare e in quell'anno lì la squadra stava facendo bene. Ho sempre chiesto a mio padre di portarmi allo stadio, così mi fece subito l'abbonamento. Sono sempre andato ed è stato bellissimo vivere quell'atmosfera».
Quella stessa atmosfera che oggi lo riguarda da sotto il tunnel degli spogliatoi, attraverso i video che chiede ai genitori di registrare dagli spalti. «Ogni volta chiedo ai miei genitori di farmi dei video dagli spalti, perché noi da sotto il tunnel non sentiamo bene. Quando poi li riguardo mi emoziono, perché penso che fino a poco tempo fa ero io lì sopra, in tribuna, a urlare».
Il calcio era già nella sua vita, ma non nel ruolo che oggi lo definisce. Da bambino, Palmisani giocava a centrocampista in una squadra del quartiere, dividendo il tempo libero tra il nuoto e la chitarra. L'idea di stare tra i pali non lo sfiorava minimamente.
Poi, durante un'amichevole, arrivò il momento che avrebbe cambiato tutto. «Il nostro portiere si fece male e serviva qualcuno che andasse in porta. Io non volevo, poi alla fine dissi: 'Ok, vado io'. Feci bene, sinceramente senza sapere neanche come».
L'avversario di quella partita era proprio il Frosinone, e la prestazione non passò inosservata. «Da lì il Frosinone chiamò i miei genitori e chiese di farmi provare come portiere. Non avevo nemmeno i guanti». Un dettaglio che dice tutto sull'impreparazione — e sull'ironia — di quel momento fondativo.
Indossare per la prima volta la maglia della squadra per cui aveva fatto il tifo da bambino è stata un'esperienza che Palmisani descrive come difficilmente traducibile in parole. «Un'emozione bellissima, che non mi aspettavo. Quando ho indossato quella maglia ho avuto i brividi».
Ma il ricordo più intenso non è legato allo stadio, bensì a ciò che è venuto dopo. «Il momento più bello è stato tornare a casa con la maglia addosso e vedere i miei genitori emozionati: ricordo ancora mia madre in lacrime. È stato speciale per tutta la famiglia».
L'annata che lo ha consacrato non era quella che lui stesso si attendeva. Arrivato con l'intenzione di ricoprire il ruolo di secondo portiere, Palmisani si è trovato a fare il titolare dopo l'infortunio del portiere designato durante la Coppa Italia. Un'opportunità colta al volo, con tutto il peso emotivo che essa comportava.
«Ero partito per fare il secondo e il mio obiettivo era restare qui e aiutare la squadra. Poi in Coppa Italia il portiere arrivato per fare il titolare si fece male e io mi sono fatto trovare pronto. Il mister mi ha dato fiducia».
La pressione, però, era tutt'altro che ordinaria. «All'inizio avevo tanta ansia perché era il mio primo campionato e non sapevo bene come gestire le pressioni. In più sentivo il peso di essere ciociaro, nato lì, e quindi la responsabilità era ancora maggiore».
Prima di tornare a casa da protagonista, Palmisani ha dovuto fare i conti con anni di distanza e solitudine. Le sue prime esperienze da professionista lo hanno portato in Serie C, ad Olbia, in Sardegna: un contesto completamente diverso da tutto ciò che conosceva.
«Le mie prime esperienze sono state in Serie C, a Olbia, quindi completamente lontano da casa, su un'isola. Io ero sempre stato abituato a vivere con la mia famiglia e all'improvviso mi sono ritrovato da solo, in un posto nuovo, per di più senza giocare». Un periodo che definisce «abbastanza duro», reso sopportabile solo dal sostegno familiare costante, nonostante i chilometri. «La mia famiglia, anche a distanza, mi è sempre stata vicina e mi ha aiutato tantissimo. Grazie a loro sono riuscito a superare quel momento e poi a togliermi delle soddisfazioni».
Quando arriva il momento di parlare della promozione conquistata con il Frosinone, Palmisani non cerca aggettivi elaborati. Li considera, giustamente, insufficienti. «Un'emozione indescrivibile. Per me che sono nato lì, cresciuto lì e ho tutti i miei amici lì, è qualcosa di bellissimo. Io andavo sempre allo stadio e ho sempre assistito dagli spalti».
Una frase che racchiude l'intera parabola: da spettatore a protagonista, dallo stesso stadio, con la stessa passio
Uno degli aspetti più significativi del racconto di Palmisani riguarda il rapporto con la tifoseria. Non solo un pubblico da accontentare, ma una forza che lo ha plasmato come persona. «I tifosi mi hanno aiutato a crescere, mi hanno fatto diventare quello che magari prima non ero, soprattutto come uomo, spingendomi a dare sempre il massimo».
Sentire il proprio nome scandito dalla curva, per chi quella curva la frequentava da adolescente, ha evidentemente un valore che va oltre il semplice riconoscimento sportivo.
Chiuso un capitolo straordinario, Palmisani guarda avanti senza la timidezza di chi si trova ancora a fare i conti con se stesso. «Sono carico e mi sento pronto. Se a inizio anno magari non avevo quella consapevolezza, oggi conosco meglio le mie qualità e voglio metterle in mostra».
Una stagione intera tra i pali del Frosinone, vissuta con ansia, orgoglio e infine con maturità, sembra avergli restituito ciò che gli mancava: la certezza di poter stare a quel livello. Non più per caso, non più senza guanti.
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