Ieri sera l'Italia ha sorriso. La vittoria ottenuta contro la Turchia porta un pizzico di serenità nell'ambiente azzurro e regala, come sempre accade in questi casi, una boccata d'ossigeno. Ma fermiamoci qui, per favore. Mettiamo subito in chiaro una cosa, a scanso di equivoci e di facili entusiasmi: non saranno certo i risultati sportivi della Nazionale, né in un senso né in un altro, a cambiare le sorti del nostro movimento calcistico.

Il calcio italiano è un malato cronico che necessita di una profonda, seria e radicale ristrutturazione. Una rifondazione che deve obbligatoriamente partire dal basso: dai vivai, dalle categorie dilettantistiche, dalle strutture fatiscenti, dai campi di provincia dove il talento troppo spesso si perde per mancanza di progettualità. La Nazionale maggiore, che piaccia o no, è solo la cartina di tornasole del nostro stato di salute generale. Se l'albero ha le radici marce, una singola foglia verde non basta a salvarlo.

Per questo motivo, salire sull'otto volante dei risultati è un errore madornale sotto tutti i punti di vista. Esaltarsi oggi per deprimersi domani non ha alcun senso logico né sportivo, specialmente se consideriamo che la prossima gara ci metterà di fronte a una corazzata come la Francia. Lì, il livello si alzerà vertiginosamente e la giostra delle emozioni rischierà di fare la sua consueta, letale vittima: la lucidità.

È profondamente sbagliato, inoltre, non analizzare il calcio guardando in faccia la realtà di ciò che accade in campo, al netto dei freddi tabellini. Chi ha visto la partita di ieri sa bene che di fronte l'Italia ha avuto una Turchia oggettivamente in disarmo, confusa e lontanissima dall'essere un test probante. Eppure, nonostante l'inconsistenza dell'avversario, i turchi sono riusciti a segnarci ben due gol, di cui uno provvidenzialmente annullato. Un dato che dovrebbe far riflettere sulla nostra tenuta e sulle nostre attuali fragilità strutturali.

Non vogliamo fare i disfattisti a tutti i costi. Segnali positivi ci sono stati: l'atteggiamento dei ragazzi è parso quello giusto e la voglia di proporre calcio in un certo modo, cercando di imporre le proprie idee, si è vista. Ma siamo onesti: non è sufficiente.

Questi sprazzi di buona volontà servono a poco ai fini della rinascita del nostro movimento. O meglio, servono solo a dare argomenti ai "poltronisti" televisivi e agli urlatori da social network, sempre pronti a creare eroi o capri espiatori nel volgere di novanta minuti pur di riempire i palinsesti e raccogliere qualche like. Le chiacchiere da bar e i dibattiti infuocati sui moduli lasciano il tempo che trovano.

Il nostro calcio ha bisogno di altro. Ha bisogno di coraggio politico, di investimenti mirati, di regole chiare che tutelino i nostri giovani e le società che fanno realmente formazione. Ha bisogno di una visione a lungo termine che non si faccia accecare o condizionare dal risultato di una singola partita. Godiamoci la vittoria di ieri, certo, ma teniamo i piedi ben saldi a terra: la strada per ricostruire le macerie del nostro movimento è ancora lunghissima e, purtroppo, non passa per una notte di mezza estate contro una Turchia in disarmo.

Sezione: In Copertina / Data: Mar 29 settembre 2026 alle 21:00
Autore: Mariachiara Amabile
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