Cambia il commissario tecnico, cambiano le maschere, ma la recita – stanca, polverosa e tragicamente prevedibile – resta la stessa. La nomina di Roberto Mancini alla guida della Nazionale non è la svolta, non è la rivoluzione, non è nemmeno un sussulto di dignità. È, molto più semplicemente, l’ennesimo atto di conservazione di un sistema che ha imparato bene la lezione del Gattopardo: cambiare tutto, affinché nulla cambi.

Le dimissioni di Paolo Maldini e di Leonardo non sono un incidente di percorso, né il frutto di ripicche legate al mancato arrivo di Pirlo in panchina. Sarebbe riduttivo, quasi offensivo, pensarlo. Maldini, un uomo che del calcio conosce la grammatica profonda, ha fatto qualcosa che in Italia non si perdona: ha aperto gli occhi. Ha capito, in un lampo di lucidità, di essere stato chiamato non per costruire, non per incidere, non per rifondare le macerie di un movimento al collasso, ma per fare da paravento. Un uomo immagine, una figurina prestigiosa da sbandierare davanti alla stampa per coprire la solita, stagnante mediocrità dirigenziale.

Maldini e Leonardo – legati a doppio filo in questo tentativo di visione – hanno compreso che il loro potere decisionale sarebbe stato pari allo zero. In questo calcio di palazzi e di correnti, l’autonomia è un peccato capitale. E così, hanno preferito l’uscita di scena al ruolo di complici silenziosi.

Che poi la scelta sia ricaduta su Mancini, o che si fosse optato per l’usato sicuro di Antonio Conte come sognavano i club, il problema resta di fondo: il sistema è allergico al domani. Il calcio italiano vive di una bulimia pericolosa per il "risultatino" a breve termine, per la vittoria che serve a nascondere la polvere sotto il tappeto. Non importa se le fondamenta stanno crollando, basta che il prossimo Mondiale – magari allargato per carità di patria e per pura speculazione politica – ci veda tra i partecipanti, per poter continuare a raccontare la favola di un movimento sano.

Ma la verità, quella che fa male, è che siamo distanti anni luce dalla guarigione. Siamo un campionato che si scopre declassato, superato persino dal fascino emergente di realtà come quella turca, capaci oggi di attirare talenti che da noi vedrebbero solo debiti e stadi fatiscenti. I nostri club di Serie A, che di questo movimento si credono i padroni, non sono la soluzione: sono la prova evidente di una miopia patologica.

Caro Malagò, se questo è il suo inizio, se la sua gestione deve ridursi a questo teatro dell’assurdo dove chi ha visione viene epurato e chi si adegua viene premiato, allora siamo davvero all’ultima fermata. Se anche lei ha scelto la poltrona come approdo definitivo, preferendo la quiete del potere al rumore del cambiamento, allora la speranza è un lusso che non possiamo più permetterci.

Povera Italia, schiacciata non solo dai risultati del campo, ma da abusi di potere silenziosi, da logiche di casta che soffocano il talento e che preferiscono l’uovo oggi – marcio e già puzzolente – alla gallina di domani. Il sistema si è difeso, ancora una volta. E mentre il Palazzo festeggia, il calcio italiano perde l’unica partita che contava davvero: quella per la propria sopravvivenza.

Sezione: In Copertina / Data: Mar 28 luglio 2026 alle 19:15
Autore: Marco Pompeo / Twitter: @Marco_Pompeo
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