C’è un rituale stanco, quasi liturgico, che si consuma ogni volta che si parla della panchina della Nazionale italiana: il processo sommario celebrato nelle redazioni, prima ancora che l’inchiostro sulla firma si sia asciugato. E stavolta, con l’imminente approdo di Andrea Pirlo alla guida degli Azzurri, il copione è stato recitato con una ferocia che ha del grottesco.

È uno spettacolo poco edificante osservare i "giornalai" del pallone — quelli che confondono il giornalismo d’inchiesta con il lancio del sasso e il nascondimento della mano — mettersi in cattedra. Sono gli stessi che tiravano la volata all'amico di turno (leggasi Roberto Mancini), e che quando si vocifera di un altro amico (leggasi Massimiliano Allegri) al Napoli o in qualsiasi altro club di prestigio, invocano il "tempo", la "pazienza", la necessità di "aspettare il campo" prima di emettere sentenze. Per loro, il pedigree è una corazza che protegge dall’oblio. Ma se il nome è Pirlo, no: lì la croce è già pronta, il patibolo è montato, la sentenza è stata scritta in un editoriale. Inadeguato. Bruciato. Un azzardo.

L’ipocrisia, però, raggiunge vette inesplorate quando si intreccia con la questione dirigenziale. Abbiamo passato mesi a stracciarci le vesti invocando figure istituzionali, uomini di calcio, gente di spessore come Paolo Maldini, affinché prendessero in mano le sorti del nostro movimento. E ora? Ora che un uomo di quel calibro potrebbe (o ha) indicato la rotta verso Pirlo, quegli stessi censori si girano dall'altra parte, pronti a criticare la scelta tecnica perché non collima con i loro pregiudizi da bar. È il gioco delle parti: volevate l’uomo di campo, ma volete anche che scelga solo ciò che piace a voi. È la schizofrenia di chi vorrebbe il rinnovamento, purché non disturbi il manovratore.

Ma scendiamo dal pero, per favore. Discutere oggi del nome che siederà sulla panchina della Nazionale è un esercizio di una futilità disarmante. È la classica foglia di fico che copre la nudità di un sistema che sta marcendo dall’interno.

Pensiamo davvero che il problema sia l’allenatore? Che sia Pirlo, Spalletti o il fantasma di Bearzot, il risultato cambierà di una virgola finché le fondamenta restano fatiscenti? Il calcio italiano è un edificio che sta crollando al suolo: settori giovanili trasformati in aziende di plusvalenze, calcio di base e dilettantistico abbandonato a se stesso, strutture obsolete e una politica federale che vive di sussulti elettorali invece che di visione industriale.

La Nazionale, nel bene e nel male, è solo la cartina tornasole, l’ultima propaggine di un organismo malato. Pretendere che un Commissario Tecnico faccia miracoli in un questo deserto è la vera follia. Tutti pensano ai propri interessi ed allontanano le future generazioni dal calcio. Il calcio è diventato lo sport più amato al mondo perché è (o era) popolare. Tutti, presidenti di club in testa, hanno dimenticato il rapporto con i loro azionisti di maggioranza che restano i tifosi. Anziché investire su di loro bruciano soldi e più ne bruciano e più ne pretendono dal sistema stesso.  

Finché non avremo il coraggio di scardinare dal basso tutto ciò — imponendo investimenti obbligatori sui settori giovanili, riformando i campionati, estirpando la logica del "tutto e subito" e del vil danaro come meccanismo da scalare all'infinito — ogni discussione sull'allenatore sarà solo rumore di fondo. Una distrazione di massa per non guardare in faccia la realtà: non abbiamo bisogno di un nuovo allenatore, abbiamo bisogno di un nuovo calcio.

Ma parlare di ciò che è scomodo (e fa arrabiare gli amici) è faticoso. È molto più semplice, e decisamente più redditizio in termini di clic, sparare contro Pirlo. D’altronde, il sistema marcisce, ma i "giornalai" devono pur mangiare. E finché ci saranno teste da tagliare, il loro lavoro sarà salvo. Peccato che, intanto, il calcio italiano stia finendo verso il buco nero che ne decreterà l'oblio.

Sezione: In Copertina / Data: Sab 25 luglio 2026 alle 16:00
Autore: Marco Pompeo / Twitter: @Marco_Pompeo
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