Caro Presidente Giovanni Malagò,
l’elezione al vertice della FIGC è il coronamento di una vita passata dentro le stanze dello sport. Ma la festa, se mai c’è stata, è finita cinque minuti dopo lo spoglio delle schede. Lei prende in mano un malato che non ha bisogno di cure palliative, né di carezze sulla fronte: ha bisogno di un chirurgo che accetti l’idea di vedere il sangue sul tavolo operatorio.
Il primo consiglio che ci sentiamo di darle, da un osservatorio che il calcio lo mastica ogni santo giorno partendo dal fango dei campi di provincia, è di non guardare indietro. Del passato bisogna far tesoro esclusivamente per non ripetere gli errori commessi, ma il passato non si resuscita. Non ceda alla tentazione tutta italiana dell’usato sicuro, della figurina da spendere in pasto all’opinione pubblica: i vari Leonardo Bonucci, Gianluigi Buffon o lo stesso Roberto Mancini hanno già dato. Quello che potevano offrire al calcio italiano lo hanno messo sull’erba anni fa; richiamarli a fare da scudo al Palazzo servirebbe solo a coprire l’assenza di idee con il cellophane della nostalgia.
E a proposito di specchietti per le allodole: la caccia allo straniero la lasci ai teatranti di una politica sempre più becera e “distrattiva”. Invocare il blocco delle frontiere pallonare è l’esercizio preferito di chi non ha una sola soluzione strutturale in tasca. Noi, che le categorie inferiori le raccontiamo da decenni, abbiamo un campionario di fallimenti burocratici da metterle sotto gli occhi: la regola degli Under nei Dilettanti o il premio per il minutaggio dei giovani in Serie C non hanno portato al fiorire di una nuova primavera del calcio italiano; hanno portato alla morte di migliaia di carriere. Hanno trasformato ragazzi di diciannove anni in titolari inamovibili per decreto legislativo, e gli stessi ragazzi, a ventidue anni, in disoccupati cronici perché "fuori quota".
A cosa servirebbe l’obbligo di schierare calciatori italiani se questi non sono pronti, o semplicemente non sono validi? A nulla, se non ad appiattirci ancora di più verso il basso. Il talento non si protegge col protezionismo, il talento si genera. E per generarlo servono scelte coraggiose, serve inglobare energie. Anche avendo il coraggio di passare sopra le teste della politica formale spingendo per istanze come lo ius soli sportivo: chi nasce, cresce, studia e calcia un pallone sul suolo italiano deve poter fare grande questo Paese. Punire la geografia di un passaporto è un autogol che il nostro movimento non può più permettersi.
Bisogna guardare avanti, Presidente. E guardare avanti significa forzare la mano delle riforme. Il sistema professionistico italiano è un obeso che pretende di correre i cento metri. Ridurre la Serie A a 18 squadre non è un capriccio, è una questione di sopravvivenza vitale per il movimento, e chi tra i presidenti non lo vuole capire, dovrà esservi costretto. Così come sono sproporzionati i numeri di Serie B e Serie C. È lì, in quel gigantismo malato, la radice della crisi economica. Per non parlare della nostra Serie D: 162 squadre oggi, con lo spettro concreto che nella prossima stagione possano addirittura aumentare.
A chi giova tutto questo caos? A chi conviene un campionato nazionale dilettantistico dai confini di una megalopoli sudamericana? Ai “lestofanti” chiamati in causa da Silvio Baldini, quasi certamente sì. Perché nel caos, nell'assenza di controlli rigorosi e nelle pieghe di format infiniti, prospera l'avventurismo di chi prende un club a luglio per farlo fallire a dicembre.
Di Lei dicono tutti che è "una persona perbene". Lo dicevano anche di Gabriele Gravina. Ma ci permetta la provocazione: cosa vuol dire, oggi, essere una persona perbene? Il garbo istituzionale non sposta i palloni di un millimetro. All’Italia del calcio non serve un perfetto padrone di casa che metta d'accordo i commensali; serve un Capitano autorevole che tracci la rotta nella tempesta e dica: «Si va di là, e chi non ci sta resta a terra».
Per farlo, dovrà commettere il più grande dei peccati di lesa maestà: non ascoltare nessuno. E soprattutto, non ascoltare la stampa.
Non ascolti soprattutto la stampa mainstream, quella che per 365 giorni all'anno ciarla di amenità, di tagli di capelli, di fidanzate in tribuna e di polemiche arbitrali create al computer, per poi scoprirsi indignata e sorpresa quando la Nazionale viene sbattuta fuori dal Mondiale dalla Svezia, dalla Macedonia del Nord o dalla Bosnia. Non ascolti quella stampa che parla a vanvera di cose futili perché ha scelto la scorciatoia dell'apparire anziché la fatica dell'essere. Quella stampa che ha scientemente dimenticato che il ruolo del giornalista — sì, anche del giornalista sportivo — è diffondere ciò che qualcuno non vuole che si sappia, e preferisce fare propaganda per l'amico di turno, sia esso un dirigente federale, un calciatore o un allenatore.
E ci scusi, Presidente Malagò, se per chiudere questo pezzo abbiamo scomodato Horacio Verbitsky e non il Barone de Coubertin o William Shakespeare. Quello lo facciamo fare a chi è molto più bravo di noi. O almeno, è fermamente convinto di esserlo.
Buon lavoro. Ne avrà un gran bisogno.
Autore: Marco Pompeo / Twitter: @Marco_Pompeo
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