Il calcio italiano, si sa, è maestro nel rifugiarsi dietro paraventi di moralità quando la tempesta mediatica minaccia di scoperchiare i palazzi. L’ultima, grottesca vicenda che ha portato al dietrofront sulla nomina di Andrea Pirlo a commissario tecnico della Nazionale — ufficialmente per ragioni di "opportunità" legate al suo ruolo di global ambassador del bookmaker russo Fonbet — è l'ennesima riprova di come, nei piani alti della FIGC, la coerenza sia un optional sacrificabile sull’altare della convenienza politica.
Il Presidente Giovanni Malagò ha alzato il dito indice, parlando di una decisione condivisa, di un percorso che "non si poteva intraprendere". Si è invocata la questione morale, il legame con la Russia in tempi di sanzioni, l’inopportunità di un volto pubblico legato a un colosso delle scommesse in un momento in cui il sistema calcio è costantemente sotto la lente d'ingrandimento. Eppure, ascoltando le parole del numero uno del CONI e della Federcalcio, viene spontaneo chiedersi: dov'era la stessa, ferrea bussola morale quando si è trattato di Roberto Mancini?
Mancini, il tecnico che oggi torna sulla panchina azzurra tra l'accoglienza "ristoratrice" di Malagò, è lo stesso uomo che nel 2023 lasciò la Nazionale di punto in bianco, con una PEC inviata da Mykonos, per accasarsi in Arabia Saudita con un contratto faraonico. Stiamo parlando di una nazione il cui uso dello sport — lo sportswashing* — è sotto gli occhi di tutti: un Paese dove le libertà civili sono costantemente compresse, i diritti delle donne sono calpestati e la pena di morte rimane una realtà drammaticamente attuale.
Se il legame di Pirlo con un'agenzia di scommesse russa è considerato un’onta insostenibile, perché il legame di Mancini con un regime che utilizza lo sport per ripulire la propria immagine internazionale è stato archiviato con un semplice "le sue scuse sono state importanti"?
Malagò ci dice che il passato di Mancini è stato valutato, che il tecnico si è pentito (di aver lasciato), che le sue scuse sono state il presupposto per questo clamoroso ritorno. È una giustificazione che lascia l'amaro in bocca. Il "tradimento" di Mancini non fu solo una questione di soldi o di contratti; fu una ferita profonda inferta all'istituzione stessa della Nazionale, abbandonata a un passo dagli impegni internazionali.
Tuttavia, per il sistema Malagò, sembra che il tradimento sportivo sia perdonabile se "funzionale" al ritorno dell'usato sicuro, mentre un rapporto commerciale (per quanto discutibile) diventa una macchia indelebile se a puntare il dito è l'opinione pubblica dei social e della politica.
La verità, che emerge con cruda evidenza, è che la "questione morale" nel calcio italiano è un concetto elastico: si stringe quando serve a giustificare un dietrofront dettato da un'improvvisazione dirigenziale (come il caso Pirlo, che ha fatto naufragare il progetto di Maldini e Leonardo) e si allarga a dismisura quando c'è bisogno di riportare a casa una figura che garantisca, almeno sulla carta, un po' di tranquillità politica.
Non ci si può definire garanti dell'etica e della reputazione della Nazionale se, contemporaneamente, si chiudono entrambi gli occhi di fronte alle asperità del mondo arabo, accettando che il volto della nostra Italia sia lo stesso che ha preferito i petrodollari alla maglia azzurra. L'ipocrisia, Presidente Malagò, non è solo una brutta pagina di comunicazione: è un pericoloso precedente che svuota di significato la parola "Nazionale".
La verità, che emerge con cruda evidenza, è che la "questione morale" nel calcio italiano è un concetto elastico: si stringe quando serve a giustificare un dietrofront dettato da un'improvvisazione dirigenziale (come il caso Pirlo, che ha fatto naufragare il progetto di Maldini e Leonardo) e si allarga a dismisura quando c'è bisogno di riportare a casa una figura che garantisca, almeno sulla carta, un po' di tranquillità politica.
Non ci si può definire garanti dell'etica e della reputazione della Nazionale se, contemporaneamente, si chiudono entrambi gli occhi di fronte alle asperità del mondo arabo, accettando che il volto della nostra Italia sia lo stesso che ha preferito i petrodollari alla maglia azzurra. L'ipocrisia, Presidente Malagò, non è solo una brutta pagina di comunicazione: è un pericoloso precedente che svuota di significato la parola "Nazionale".
* Lo sport usato per distogliere l'attenzione da gravi problemi, come violazioni dei diritti umani o condotte illecite, migliorando così la propria reputazione internazionale.
Autore: Marco Pompeo / Twitter: @Marco_Pompeo
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