Se c'era una seppur fulgida speranza che le imminenti elezioni della FIGC potessero rappresentare una nuova occasione per il rinnovamento del calcio italiano, le ultime manovre di palazzo l'hanno definitivamente affossata. In vista del voto fissato per il prossimo 14 dicembre, il panorama che si delinea in Lega Serie A e in via Allegri è lo specchio fedele di un movimento incapace di guardare al futuro. Anziché dibattere su stadi, vivai e sostenibilità finanziaria, il calcio italiano è tornato a fare l'unica cosa che gli riesce ancora alla perfezione: la politica delle poltrone.

Sul tavolo c'è una spaccatura netta e dai contorni quasi grotteschi. Da una parte troviamo l'attuale commissario della FIGC, Giovanni Malagò, che dopo l'elezione dello scorso giugno – e il successivo declassamento a commissario straordinario per un vizio burocratico legato al tesseramento – cerca la riconferma. Dall'altra, spinto con forza dai vertici delle big del nord, si fa largo il profilo dell'ottantaduenne Adriano Galliani.

A orchestrare la scesa in campo dell'ex plenipotenziario del Milan è, non a caso, Beppe Marotta, presidente dell'Inter e vero e proprio "dominus" delle dinamiche dirigenziali italiane. Affiancato dall'ad dell'Atalanta Luca Percassi, Marotta ha deciso di ritirare l'appoggio precedentemente concesso a Malagò. La colpa dell'ex numero uno del CONI? Aver dimostrato troppa autonomia nelle scelte federali. Decisioni come quella di preferire il ritorno di Roberto Mancini ad Antonio Conte per la panchina azzurra, o le nomine indipendenti di figure come Diana Bianchedi e Beppe Signori nei quadri dirigenziali, hanno irritato chi pensava di aver insediato a Roma un esecutore fedele delle volontà dei grandi club.

Per arginare l'autonomia di Malagò, il "fronte del Nord" (guidato da Inter, Milan e Atalanta) ha così calato l'asso Galliani. E qui si raggiunge l'apice del paradosso, il colmo del trasformismo all'italiana: pur di poter presentare ufficialmente la propria candidatura entro la scadenza del 4 novembre, Galliani ha dovuto tesserarsi in extremis come "dirigente accompagnatore" a titolo gratuito per l'Enotria 1908. Vedere lo storico dirigente che ha incarnato il Milan berlusconiano per 31 anni iscriversi a una rinomata società dilettantistica milanese che gravita nell'orbita del settore giovanile dell'Inter, solo per aggirare l'ostacolo dei requisiti formali, fa sorridere e riflettere amaramente allo stesso tempo.

È proprio in questi giochi di potere, in questi bizantinismi elettorali, che annega lo sviluppo del movimento calcistico in Italia. Mentre le altre nazioni europee programmano modelli virtuosi, noi continuiamo ad assistere a guerre tra fazioni, ripicche personali e tattiche feudali. La corsa alla Federcalcio si è ridotta a una sfida all'ultima firma tra vecchi volti noti, dove l'obiettivo non è riformare il sistema, ma controllarlo.

Il calcio italiano ha un disperato bisogno di riforme profonde. Servirebbe un dibattito serrato sulla modernizzazione delle infrastrutture, su come fermare l'emorragia di talenti dai nostri settori giovanili, su come rendere la Serie A un prodotto globale e finanziariamente sano senza gravare di debiti le future generazioni. Invece, l'agenda elettorale è dettata esclusivamente dalle alleanze di Palazzo e dalle vendette trasversali.

Che alla fine la spunti Malagò, aggrappato all'appoggio di club come Napoli, Roma e Monza, o che trionfi Galliani in veste di neo-traghettatore per conto di Marotta, il risultato di questa tornata elettorale appare già scritto: a perdere sarà, ancora una volta, il calcio italiano. Una grandissima occasione persa sull'altare del solito, logorante compromesso.

Sezione: In Copertina / Data: Mer 28 ottobre 2026 alle 06:30
Autore: Alessandra Galbussera
vedi letture