Avevano (non noi) srotolato il tappeto rosso. Avevano (non noi) lucidato l'argenteria e preparato il vitello grasso per il ritorno del figliol prodigo. Svestiti i panni del pashà tra le dorate dune dell’Arabia Saudita, Roberto Mancini è tornato a sedersi sulla panchina della Nazionale, evocando nei nostri cuori di inguaribili romantici le notti magiche di Wembley.

Peccato che il calcio, quello vero, non si giochi con i ricordi. E ieri sera, contro il Belgio, ce ne siamo accorti nel modo più brutale possibile.

Se qualcuno pensava che bastasse l'eleganza sartoriale del "Mancio", il suo ciuffo impeccabile e un pizzico di retorica sul "ritrovare lo spirito di gruppo" per resuscitare un'Italia calcisticamente depressa, oggi si ritrova con un mal di testa feroce e la consapevolezza di aver bevuto una clamorosa illusione. Il Belgio ci ha battuti, ma soprattutto ci ha ridimensionati, mostrandoci che la minestra riscaldata, per quanto preparata da uno chef stellato, ha sempre lo stesso sapore insipido.

La partita di ieri è stata un concentrato di tutti i nostri incubi recenti, una sorta di "Greatest Hits" dei difetti atavici del calcio italiano contemporaneo. Abbiamo rivisto quel possesso palla stucchevole, un girotondo sterile e orizzontale che non farebbe venire il fiatone nemmeno a una squadra di pensionati al parco. Abbiamo rivisto una fragilità difensiva che fa a pugni con la nostra storia, e, soprattutto, abbiamo assistito all'ennesima puntata di "Chi l'ha visto?" in area di rigore avversaria.

Mancini sperava in un esordio (o meglio, in un re-esordio) da profeta in patria. Invece, si è scontrato con un Belgio che – parliamoci chiaro – non è più la corazzata scintillante della famigerata "Generazione d'Oro". È una squadra in transizione, solida ma non marziana. Eppure, a loro è bastato un po' di cinismo, un paio di accelerazioni e la banale capacità di verticalizzare verso la porta per far crollare il nostro fragile castello di carte. Noi, nel frattempo, eravamo troppo occupati a specchiarci nel nostro palleggio inutile per accorgerci che la partita ci stava scivolando via dalle mani.

Il CT nel post-partita ha parlato di "tempo necessario", di "automatismi da ritrovare" e di "lavoro da fare". Tutto vero, per carità. Ma la sensazione è che Mancini si sia ritrovato tra le mani lo stesso identico cantiere abbandonato che aveva lasciato, o forse peggio. La cruda realtà è che i problemi dell'Italia non si risolvono cambiando semplicemente la targa sulla porta dell'ufficio di Coverciano.

Non c'è bacchetta magica che tenga se il materiale umano a disposizione è questo. Se in Serie A continuiamo a preferire mestieranti stranieri di terza fascia a giovani italiani, se i nostri talenti appassiscono in panchina, Mancini potrà anche fare la danza della pioggia, ma di gol non ne pioveranno.

Il "Mancio bis" è iniziato con una doccia gelata. E forse è un bene. Ci spoglia immediatamente di quella fastidiosa retorica trionfalistica che ci portavamo dietro da giorni. Roberto Mancini è un ottimo allenatore, ma non è il Messia, e non può moltiplicare i pani, i pesci e tantomeno i centravanti.

Bentornato in Italia, Roberto. L'esilio dorato è finito. Qui c'è solo da sporcarsi le mani in mezzo alle macerie. Sperando che la nostalgia del 2021 non diventi il nostro ennesimo, fatale alibi.

Sezione: In Copertina / Data: Sab 26 settembre 2026 alle 13:15
Autore: Ermanno Marino
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