Oggi, 11 giugno 2026, il pallone comincia a rotolare. Si alza il sipario sui Mondiali di calcio, l'evento che per definizione dovrebbe unire il pianeta sotto il denominatore comune dello sport. Eppure, a guardare quello che sta succedendo negli Stati Uniti, chiamarla "festa" è un insulto all'intelligenza.
Quello che va in scena in Nord America è il Mondiale della paranoia. Stiamo assistendo a uno spettacolo a dir poco aberrante, asfissiato da controlli ossessivi che hanno trasformato gli stadi e le frontiere in zone militarizzate, dove il sospetto ha preso il posto dell'accoglienza. La farsa grottesca dell'arbitro somalo, fermato alla dogana e rispedito indietro come un pacco non gradito, è la fotografia spietata di un Paese che maschera la sua fobia per il diverso dietro la retorica della sicurezza nazionale. E che dire dell'Iran? Giocatori trattati non come atleti professionisti, ma come capri espiatori, pedine in una scacchiera di tensioni internazionali, costretti a pagare sulla propria pelle storture geopolitiche che con il rettangolo verde non dovrebbero avere nulla a che spartire. È un torneo nato già in ostaggio della politica, un "checkpoint" globale in cui lo sport è solo un effetto collaterale.
Ma prima di puntare il dito troppo lontano, dovremmo guardare nel nostro cortile. Perché noi, a questo Mondiale, non ci siamo. Di nuovo.
L’ennesima, rovinosa assenza dell'Italia non è sfortuna, non è un episodio storto o un rimpallo sfortunato. È l’inevitabile capolavoro di un sistema marcio, il fallimento sistemico di una gestione federale e dirigenziale ancorata unicamente a logiche di potere. Il calcio italiano è un poltronificio, un circolo chiuso governato da mummie che si spartiscono le briciole di un impero in rovina pur di non schiodarsi dalle loro sedie. Nessuna programmazione, nessuna rivoluzione, solo la perenne garanzia di conservare il proprio status quo.
E sapete qual è la tragedia vera? Che questo sistema è blindato e protetto da chi dovrebbe avere il compito di denunciarlo: noi. La stampa.
Il calcio italiano è prigioniero di chi lo racconta. Come giornalisti, dovremmo fare un mea culpa gigante, perché la stampa sportiva italiana è ormai in larga parte ridotta a un branco di cortigiani. Siamo diventati i camerieri dei palazzi del potere, corrotti dall'abitudine di propinare ai lettori versioni edulcorate pur di compiacere la mission non scritta: parlare bene degli "amici". Non si fanno più domande scomode, non si indaga più sulle macerie del nostro movimento. Si scrive sotto dettatura.
Il giornalismo d'inchiesta ha lasciato il posto al servilismo: la stampa è al servizio dell'amico di turno, del dirigente potente, del procuratore influente, dell'allenatore che ha bisogno di protezione perché se a parlare fosse solo il campo allora sarebbe già da anni fuori dal giro per demeriti propri. E qual è il premio per questa abdicazione morale? Illudersi di sedersi al "tavolo". L'indiscrezione di mercato da dare in anteprima, la velina passata sottobanco per il pezzo del mattino, il retroscena da poter raccontare in TV o suoi social. Briciole patetiche che servono solo a nutrire l'ego smisurato di sedicenti professionisti che pontificano in televisione o sui social con quell'odiosa aria di superiorità. Quell'atteggiamento da Marchese del Grillo: "io so e voi altri non sapete nulla", che fa sentire parte del sistema chi, in realtà, del sistema è solo lo zerbino.
Oggi iniziano i Mondiali degli altri. Noi restiamo a casa, a sguazzare nella nostra comoda, autoreferenziale e corrotta palude. Buona visione a chi ci riesce senza provare disgusto.
Autore: Marco Pompeo / Twitter: @Marco_Pompeo
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