Ci sono ruoli che non si scelgono davvero: ti trovano. Per Giovanni La Licata, portiere classe 2000 oggi in forza alla Murese, tutto è cominciato prestissimo. Aveva appena cinque anni quando, guardando una partita della Juventus, è rimasto folgorato da Gianluigi Buffon. Da lì è nato un legame istintivo con la porta, trasformato col tempo in una scelta consapevole, poi in un’identità precisa.
Oggi La Licata rappresenta il profilo del portiere moderno: affidabile tra i pali, coraggioso nelle uscite, lucido nella gestione del pallone e sempre più maturo nella lettura delle situazioni. Porta in campo non solo qualità tecniche, ma anche quella serenità mentale che nel suo ruolo fa spesso la differenza.
Il suo percorso si è costruito stagione dopo stagione, attraversando piazze e contesti diversi, ma sempre con la stessa costante: la crescita. Le prime esperienze tra Marina di Ragusa e Città di Ragusa gli hanno permesso di confrontarsi fin da giovane con ambienti competitivi e vincenti, tra Promozione ed Eccellenza. Poi è arrivato il passaggio al Frigintini, tappa importante per continuità e responsabilità, in cui ha trovato spazio e centralità.
Successivamente, le esperienze con Comiso, Ispica, Atletico Montalbano, Marsala e Modica — fino alla finale nazionale playoff di Eccellenza — hanno arricchito il suo bagaglio umano e calcistico, consolidando un percorso fatto di adattamento, sacrificio e capacità di reggere contesti differenti.
Oggi, con la maglia della Murese, La Licata continua questo cammino con la stessa serietà di sempre, mettendo il collettivo davanti a tutto e confermando una mentalità che negli anni è diventata il suo tratto più riconoscibile.
“A cinque anni ho visto Buffon e ho capito tutto”
Quando gli si chiede quando sia nato davvero il desiderio di fare il portiere, Giovanni risponde senza esitazioni.
“Quando ero piccolo, a cinque anni, ho visto una partita della Juventus. In quel periodo praticavo judo, ma appena ho visto Buffon me ne sono innamorato. Da quel momento ho deciso che sarei cresciuto giocando in porta.”
Una frase che racconta molto più di un semplice ricordo. Perché in un ruolo come quello del portiere non basta l’istinto: serve una chiamata, una connessione profonda con un compito speciale. Per La Licata, quel momento è stato l’inizio di tutto.
L’impatto con i grandi: il primo vero ostacolo
Come ogni percorso autentico, anche il suo non è stato lineare. Il primo ostacolo importante è arrivato con il salto in prima squadra, quando il passaggio dal calcio giovanile a quello dei grandi ha richiesto un cambiamento soprattutto sul piano caratteriale.
“Facevo molta fatica a integrarmi e a dimostrare quello che sono. Non è stato semplice, ma lavorando sodo e grazie all’aiuto della mia famiglia sono riuscito a superare questo e tutti gli ostacoli che si presentano.”
Parole che restituiscono bene la sua indole: niente scorciatoie, ma lavoro quotidiano, pazienza e solidità mentale.
“Vivo la partita con più tranquillità”
Se c’è una frase che oggi racconta davvero Giovanni La Licata, è probabilmente questa.
Il portiere della Murese vive il ruolo con una consapevolezza diversa rispetto al passato, più completa, più evoluta.
“Vivo la partita come l’ultimo supporto difensivo della squadra. Oggi però il portiere moderno deve essere anche bravo con i piedi e leggere situazioni che evitano proprio la nascita dell’azione.”
Una definizione che fotografa perfettamente il calcio contemporaneo: il portiere non è più soltanto l’ultimo uomo, ma anche il primo lettore del gioco. Non si tratta solo di parare, ma di interpretare, comunicare, prevenire.
E proprio sul piano mentale, La Licata riconosce la sua crescita più evidente:
“Rispetto a qualche anno fa vivo la partita con molta più tranquillità. Prima soffrivo l’ansia, oggi riesco a gestirla meglio.”
In un ruolo in cui ogni errore pesa più degli altri, la tranquillità non è solo una sensazione: è una competenza.
Personalità, sangue freddo e naturalezza
C’è poi un aneddoto che racconta bene il suo rapporto con la pressione, e forse anche il suo carattere.
“Una volta, durante una partita ufficiale, ero talmente sereno che quando mi è arrivata la palla mi sono messo a palleggiare per perdere qualche secondo, perché stavamo vincendo.”
Un episodio curioso, quasi ironico, ma che rivela un aspetto importante: la capacità di restare lucido, naturale e padrone della situazione anche in momenti potenzialmente delicati.
Il calcio come scuola di vita
Nel racconto di La Licata, il calcio non è mai soltanto prestazione. È anche formazione, crescita, trasformazione personale.
“Sono cambiato tanto sia come portiere che come uomo. E quando qualcuno mi chiede un consiglio, spesso faccio l’esempio del calcio rapportandolo alla vita.”
È una riflessione che pesa, perché va oltre il campo. Significa riconoscere al calcio un valore educativo, un ruolo nella costruzione della persona prima ancora che dell’atleta.
Il presente alla Murese: appartenenza e responsabilità
Oggi, alla Murese, Giovanni La Licata sta vivendo una fase importante del suo percorso, con senso di responsabilità e forte attaccamento al gruppo.
“La stagione sta andando bene. Abbiamo avuto qualche stallo, ma ci siamo rialzati molto bene. Tutto quello che stiamo facendo è frutto della voglia di fare qualcosa di importante per la squadra, per la città e per i miei compagni. A livello personale sto cercando di dare il massimo fino alla fine.”
È forse qui che si coglie il cuore del suo profilo: un portiere che non interpreta il ruolo come esposizione individuale, ma come servizio al collettivo. Uno di quei giocatori che misurano il proprio valore non solo nelle parate, ma nella capacità di proteggere equilibrio, fiducia e risultati.
Perché in fondo, per un portiere, il senso più profondo del mestiere è proprio questo:
non essere protagonista per forza, ma esserci quando conta davvero.
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