Il tecnico dello Spezia, Marco Turati, attualmente alla guida della formazione ligure capolista nel Girone B di Serie C, ha rilasciato un’ampia intervista ai microfoni de Il Secolo XIX, ripercorrendo le tappe fondamentali della propria parabola personale e professionale, dalle radici familiari fino ai principi tattici applicati oggi.
«Sono nato il 15 maggio 1982 e pochi mesi dopo l’Italia conquistò il Mondiale in Spagna. Ero piccolissimo, ma quella notte i rumori della festa per strada arrivarono fino a casa. Mia madre mandò mio padre a capire cosa stesse succedendo e lui tornò dicendo semplicemente che avevamo vinto la Coppa del Mondo. In casa mia si respiravano soprattutto motori, lavoro e sacrificio: la passione era quella. A quattordici anni arrivarono prima l’Atalanta e poi per due volte il Milan. Ero cresciuto molto fisicamente, ma i miei genitori decisero di non accettare. Non c’erano strutture come i convitti e sarebbe stato complicato accompagnarmi ogni giorno agli allenamenti. All’inizio giocavo davanti, poi il mio fisico mi portò arretrare fino alla difesa».
Il mister della compagine spezzina si è poi soffermato sull’importanza formativa dell’attività sportiva spontanea, condividendo un pensiero espresso in passato da Jorge Valdano e sottolineando la necessità di preservare determinati contesti di crescita per i più giovani.
«È una considerazione corretta, perché anche io sono cresciuto così. Avevo sempre un pallone tra i piedi e passavo le giornate a giocare fuori. Oggi torno davanti all’oratorio del mio paese e spesso lo trovo chiuso, aperto soltanto in determinati momenti. Nei luoghi dove i bambini giocano ancora per strada nascono i talenti, perché imparano l’uno contro uno, le sfide improvvisate, la creatività. Dobbiamo recuperare quella mentalità prima di perdere definitivamente l’essenza del calcio».
L’ex difensore ha poi rievocato l’ingresso nel sistema professionistico avvenuto con la maglia del Verona, citando le figure chiave incontrate lungo il cammino e le difficoltà fisiche dovute a un problema articolare che ne ha segnato l’evoluzione in campo.
«Era il momento giusto per fare quel salto, lavorando con allenatori come Prandelli e Malesani. Però la persona che mi ha fatto vedere il calcio con occhi diversi è stato Giampiero Ventura. Era già un tecnico moderno, preparato e con una grande capacità di rapportarsi con i giovani. All’epoca non avevo pienamente questa consapevolezza, l’ho maturata negli anni successivi. Ho avuto importanti problemi alla cartilagine del ginocchio, anche dopo un intervento. È un problema che mi sono portato dietro per diverso tempo. Ho iniziato un percorso fatto di prestiti ed esperienza, poi nel 2006-07 sono riuscito a conquistarmi una maglia da titolare. Senza quel playout contro lo Spezia forse la mia storia sarebbe stata diversa».
Un passaggio significativo dell’intervento è stato dedicato proprio a quella doppia sfida salvezza disputata contro la formazione ligure, un evento rimasto impresso nella memoria dell'attuale allenatore aquilotto.
«Per molto tempo ho fatto fatica ad accettare quella sconfitta. Eravamo convinti di poter conquistar la salvezza, arrivavamo da una grande rimonta e pensavamo di meritarla. Quelle due partite furono decise da episodi, ma lo Spezia ebbe qualcosa in più. Il pubblico del Picco fece una differenza enorme: da avversario percepivi una spinta incredibile. Fu davvero il dodicesimo uomo in campo».
Il condottiero della panchina spezzina ha affrontato anche i momenti più complessi della propria vita privata e sportiva, analizzando la squalifica patita e l’importanza del nucleo familiare nel processo di rinascita individuale.
«In campo ero concentrato, ma fuori sono stato ingenuo. Avrei dovuto dare maggiore importanza ad alcune situazioni e non sottovalutarle. Ne parlo spesso anche con i ragazzi che alleno, perché gli errori possono diventare insegnamenti. Mi è servito per capire meglio i valori della vita e per crescere come persona. Sono una persona che non ha mai smesso di lottare. Quando sono ripartito non è stato semplice, ma ho incontrato persone che mi hanno aiutato. La mia famiglia è fondamentale: mia moglie Serena, che conosco fin da bambino, e i miei figli Tommaso e Alessandro. Da figlio unico ho sempre desiderato costruire una famiglia molto unita».
Spazio poi ai metodi di aggiornamento, alla passione per la saggistica sportiva e soprattutto alla genesi del connubio professionale con Vincenzo Italiano, rivelatosi decisivo per il passaggio dalla carriera agonistica a quella tecnica.
«Prima leggevo moltissimo, oggi utilizzo maggiormente gli strumenti digitali. Mi interessano le storie degli allenatori e dei grandi protagonisti dello sport, da Ferguson a Phil Jackson. Cerco idee, frasi e concetti che possano aiutarmi nel lavoro quotidiano con la squadra. Quando ero a Siracusa arrivò la chiamata della Pergolettese. Vincenzo mi telefonò e mi disse scherzando che dovevo andare con lui perché il mio ginocchio non mi avrebbe più permesso di giocare. Accettai e decisi di seguirlo perché credevo nella sua idea di calcio».
L’allenatore dello Spezia ha approfondito la propria visione tattica, spiegando quanto l’impronta trasmessa da Italiano influenzi tuttora l’atteggiamento della sua squadra nell’affrontare gli impegni di campionato.
«Ricordo una riunione tecnica dopo una partita contro la Juventus. Vincenzo disse chiaramente che quello era il modo con cui lo Spezia avrebbe potuto giocarsi la salvezza. È una mentalità che provo a trasmettere anche io. Se aspettiamo squadre come Pescara, Reggiana o Ravenna, rischiamo di andare incontro a difficoltà perché hanno esperienza e giocatori abituati a vincere. Dobbiamo tenerle lontane dalla nostra area. Ha sempre avuto grande coraggio nelle sue idee. A Spezia ha fatto un lavoro straordinario e anche l’esperienza successiva a Firenze è stata importante. A un certo punto ho sentito il bisogno di iniziare un percorso personale».
In conclusione, l’allenatore della capolista del Girone B si è soffermato sul percorso della rosa attuale e sull'importanza di mantenere la giusta prospettiva per favorire lo sviluppo dei giovani presenti in organico.
«Da calciatore sognavo di diventare come Thuram o Maldini, ma sapevo anche che il calcio può portarti ovunque. Bisogna avere ambizione ma anche equilibrio. Io sono una persona semplice, arrivo da un piccolo paese e ho sempre cercato di costruire il mio percorso senza perdere il senso della realtà. Oggi penso soprattutto a lavorare e a trasmettere qualcosa ai miei giocatori. Non dobbiamo cambiare strada. A Pescara avevamo cinque giocatori reduci dalla retrocessione dalla Serie B, ragazzi che nelle loro precedenti squadre magari non erano protagonisti assoluti e che ora devono imparare a dominare le partite. Sono giovani e hanno bisogno di essere accompagnati nel loro percorso di crescita».
Autore: Redazione Notiziario del Calcio / Twitter: @NotiziarioC
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