L’impatto di Pierpaolo Bisoli sul mondo Reggiana è stato un autentico terremoto di grinta e determinazione. Sin dalle sue prime dichiarazioni, il tecnico ha voluto mettere in chiaro che la missione salvezza non è una semplice scalata, ma una vera e propria impresa che richiede un impegno totale, quasi maniacale. Per l'allenatore, sedere sulla panchina granata non è solo un incarico professionale, ma una sfida che coinvolge ogni fibra del suo essere.
«Ho trovato un ambiente spettacolare in questa città e sento addosso una responsabilità enorme. Ieri sera sono tornato a casa e l'ho detto chiaramente a mia moglie: se non riesco a fare questa impresa, perché salvare questa squadra è un’impresa e lo sappiamo tutti, dovrò sbattere la testa contro il muro. Non posso precludermi l’opportunità di fare qualcosa di importante qui il prossimo anno, quindi vivrò ventiquattr'ore su ventiquattro con un solo pensiero: devo portare questa nave in porto a ogni costo».
Il tecnico ha analizzato con estrema severità i numeri che hanno condannato la squadra fino a questo momento, soffermandosi in particolare sulla fragilità difensiva e sulla mancanza di cattiveria agonistica nei duelli individuali. Per Bisoli, il calcio di Serie B non può prescindere dalla solidità e dalla capacità di imporsi fisicamente sull'avversario, elementi che a suo avviso sono mancati nel recente passato.
«Abbiamo preso cinquantadue gol, un numero su cui devo mettere mano immediatamente. In questa categoria c'è una cosa fondamentale che ci manca: vincere i contrasti. Nell’ultima partita la Reggiana ne ha vinti appena tre, e se vuoi fare risultato non puoi permetterti statistiche del genere. I miei giocatori devono capire che non devono cadere per terra a ogni contatto, dobbiamo essere noi quelli che restano in piedi. Siamo noi a dover dimostrare ai tifosi che qualcosa è cambiato, facendo il primo passo verso di loro».
Il metodo Bisoli non prevede sconti per nessuno e si basa su una disciplina ferrea e su un carico di lavoro che non ammette deroghe. L'allenatore ha sottolineato come la disponibilità al sacrificio sia l'unico criterio per guadagnarsi un posto in squadra, ribadendo che la gerarchia viene stabilita esclusivamente dal sudore versato durante la settimana sul campo d'allenamento.
«Le regole con me sono chiare e precise: se si allenano forte, i giocatori vengono convocati, altrimenti restano fuori. Non porto in campo nessuno che sia a rischio o che non sia pronto a dare tutto. Qui bisogna correre, contrastare e andare su ogni pallone. Chi passeggia non può essere preso in considerazione. Se individuassi un ragazzo della Primavera capace di portarci alla salvezza, lo farei giocare senza guardare in faccia nessuno, perché in questo momento sono il primo tifoso di questa squadra».
Nonostante le difficoltà e alcuni episodi arbitrali che lo hanno fatto infuriare, come il gol annullato a Portanova che ha definito clamoroso, Bisoli resta focalizzato sull'obiettivo minimo dei playout, vedendolo come l'unica ancora di salvezza per mantenere viva la speranza. La sua gestione mira a costruire un'anima collettiva che possa sopperire alle lacune tecniche attraverso la compattezza e l'intensità.
«Per vincere le partite oggi bisogna giocare a ritmi altissimi, altrimenti non vai da nessuna parte. Mi sto sforzando di entrare nella testa dei giocatori ogni giorno, parlo con tutti i venticinque della rosa perché il feeling è più importante di mille schemi. Mi auguro che questo mio impegno totale porti a un risultato, perché se non dovessi farcela sarebbe un cruccio che mi porterei dietro per tutta la vita. Se devo morire, voglio farlo sul campo, dando tutto per la mia Reggiana».
Autore: Redazione Notiziario del Calcio / Twitter: @NotiziarioC
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