La controversia attorno alla mancata partecipazione del Castelnuovo Vomano al campionato di Serie D continua a generare dibattiti e polemiche nel mondo del calcio dilettantistico abruzzese. Al centro delle discussioni c'è Attilio Di Stefano, ex presidente della società, che ha deciso di rompere il silenzio con una lunga dichiarazione pubblica per rispondere alle critiche ricevute nelle ultime settimane.
"Mi trovo costretto, ancora una volta, a prendere spazio sui media per replicare a una situazione – quella della mancata partecipazione al campionato di Serie D – che sembra essere diventata terreno fertile per una certa frangia di detrattori, ancora intenti ad allestire teorie e complotti nel tentativo di screditare il sottoscritto", ha esordito Di Stefano nel suo comunicato.
L'ex dirigente ha lamentato come le polemiche abbiano oltrepassato i confini della discussione sportiva, coinvolgendo la sua sfera personale e familiare. "È vero che, nelle ultime settimane, a seguito delle decisioni prese per il futuro del Castelnuovo Vomano, mi sono esposto personalmente a un vespaio di polemiche. Tuttavia, queste stanno ormai travalicando i limiti del confronto sportivo, colpendo la mia persona e la mia famiglia, questo lo trovo francamente inaccettabile", ha dichiarato.
Di Stefano ha puntato il dito contro quella che definisce una critica sterile e anonima: "È altrettanto vero che tali invettive provengono da soggetti ai margini del movimento sportivo, che scrivono senza conoscere i fatti, alimentandosi di 'sentito dire' e protetti dall'anonimato, spesso nascosti dietro una tastiera".
Nonostante la fermezza nel respingere le accuse, l'ex presidente ha mostrato comprensione per la delusione dei sostenitori. "Sono pienamente consapevole che i tifosi e coloro che, seppur pochi, hanno creduto nel progetto provino oggi una profonda delusione. Come uomo di calcio, comprendo bene i sentimenti di chi ha vissuto due anni intensi, culminati con una promozione conquistata con merito, attraverso gioco e risultati eccezionali. È normale, quindi, che resti l'amaro in bocca", ha ammesso.
Il dirigente ha poi contestato duramente la definizione di "brutta vicenda" utilizzata in alcuni articoli per descrivere la vicenda del Castelnuovo Vomano. "Trovo davvero squallido titolare un articolo usando aggettivi come 'brutta vicenda' per riferirsi al percorso di una squadra di provincia che ha conquistato, sul campo, una promozione nazionale contro realtà ben più blasonate. Per me, le vere 'brutte vicende' del calcio sono altre, società fallite, debiti, dirigenti ambigui che scompaiono dopo aver depredato club storici. Ecco perché non accetto che si etichetti in modo tanto negativo quanto di buono è stato fatto in questi due anni. Perché io non ho depredato nessuno".
Di Stefano ha rivendicato con orgoglio i risultati sportivi raggiunti dalla squadra durante la sua gestione, sottolineando la qualità del lavoro svolto. "Sul campo di Castelnuovo sono passati giocatori importanti, che hanno dato e ricevuto valore. Un giovane allenatore, Del Zotti, ha saputo plasmare una squadra con identità. È vero che nel calcio i risultati possono essere occasionali, ma la qualità delle prestazioni non lo è. Il Castelnuovo dello scorso anno ha unito bel gioco a prestazioni esaltanti".
L'ex patron ha evidenziato gli sforzi economici sostenuti per garantire competitività alla squadra: "Tutto questo richiede equilibrio, armonia e soprattutto investimenti. Perché quello che vedete la domenica allo stadio è frutto di sacrifici economici sempre più pesanti".
Particolarmente dure le parole rivolte a chi ha criticato la sua valutazione del territorio di Castellalto. "Non condivido neanche l'affermazione secondo cui la mia valutazione sul potenziale del territorio di Castellalto sarebbe stata approssimativa. Trovo tale giudizio banale e codardo. Da uomo di calcio conosco bene i meccanismi opachi di questo ambiente. Qualsiasi cosa si faccia, c'è sempre qualcuno pronto a criticare. È facile, quando si gioca con i soldi degli altri".
Di Stefano ha respinto l'idea che gli investimenti debbano essere commisurati alle dimensioni del territorio, rivendicando il diritto di ogni società ad aspirare al massimo. "Faccio fatica a comprendere chi sostiene che gli investimenti vadano calibrati in base al territorio. Io ho sostenuto questo progetto comunque, come dovrebbe fare ogni modello societario serio, con spirito competitivo e ambizione, per offrire un'opportunità ai giovani e ai tifosi".
Una delle accuse più pesanti mosse dall'ex dirigente riguarda la scarsa partecipazione del pubblico locale, nonostante i successi della squadra. "Tuttavia, con grande amarezza, ho constatato che più i miei ragazzi vincevano, meno persone venivano allo stadio. La squadra vincente a Castelnuovo c'è stata, eccome. Chi è mancato sono proprio quelli che oggi si permettono di criticare, senza essere stati presenti".
Nel suo intervento, Di Stefano ha fatto riferimento al confronto con il Pineto, spesso citato come esempio di progetto territoriale ben riuscito. "In quell'articolo si fa riferimento al caso del Pineto, con un progetto costruito nel tempo e condiviso con il territorio. Ma Castellalto non è Pineto. E lo ha dimostrato: ha avuto per due anni una società vincente e non ha fatto nulla per valorizzarla. Anzi, ha operato un lento sabotaggio".
L'ex presidente ha sollevato il sospetto che la sua origine non locale abbia influito negativamente sull'accoglienza ricevuta: "Forse il motivo è che il 'patron' non era del posto, e si è fatto di tutto per allontanarlo? Quando ho messo in vendita la società, nessuno si è fatto avanti".
Di Stefano ha poi citato le parole di Stefano Bandecchi, presidente della Ternana, per descrivere la condizione degli investitori nel calcio italiano: "Mi tornano in mente le parole forti di Bandecchi della Ternana, che ha definito chi investe nel calcio 'o un imbecille o un criminale'. Io, probabilmente, rientro nella prima categoria. Perché ho creduto in un progetto e mi sono illuso di poterlo condividere con chi non ha visione, vive nel passato e non è pronto ad aprirsi".
L'analisi dell'ex dirigente si è estesa alle problematiche strutturali del calcio italiano: "Oggi fare calcio in Italia è difficilissimo, persino in Serie A. Figurarsi nelle serie inferiori, dove guadagnano solo quelli che non rischiano nulla. Fare calcio significa prima di tutto sostenibilità, amministrazione sana, rispetto per chi investe. E non è accettabile, per un imprenditore, mettere a rischio le proprie aziende in un sistema dove guadagna solo chi lucra su commissioni, cartellini e consulenze".
La critica si è fatta ancora più ampia, investendo il sistema calcistico nazionale nel suo complesso: "Questo è il calcio italiano oggi. A differenza di altri paesi europei, qui non si valorizzano i vivai, non si costruiscono stadi, si saltano due Mondiali di fila, e forse tre. La Federazione è assente. Il calcio esiste solo grazie agli imprenditori che credono ancora nello sport, che vogliono dare una possibilità ai giovani e alle famiglie".
In conclusione, Di Stefano ha rivendicato con orgoglio i risultati ottenuti durante la sua gestione: "Questi sono i fatti. Che vi piaccia o no, io ci ho messo soldi e faccia, e ho portato il Castelnuovo Vomano in Serie D. E nessuno potrà mai togliermi questo. In quello stadio, con venti tifosi a festeggiare, ho scritto una pagina di sport vera. Oggi, quelli che mi criticano sono molti di più. Ma, se ci riflettono, la risposta ce l'hanno già".
La vicenda del Castelnuovo Vomano si inserisce in un panorama più ampio di difficoltà che attraversano il calcio dilettantistico italiano, dove la sostenibilità economica e il rapporto con i territori rappresentano sfide sempre più complesse per dirigenti e investitori privati.
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