Pensavamo, o forse speravamo, che la tempesta mediatica e giudiziaria abbattutasi sul calcio dei milionari – i casi Tonali e Fagioli su tutti – avesse funzionato da vaccino. Che avesse instillato il terrore della squalifica in ogni spogliatoio d'Italia. Ci sbagliavamo. Il demone dell'azzardo, quello che trasforma l'adrenalina del campo in una dipendenza da smartphone, è profondamente democratico. Non guarda ai conti in banca da capogiro della Serie A, ma si annida anche nelle trasferte in pullman della Serie C e sui campi della Serie D.
Nuova stangata della Procura Federale che stavolta si abbatte sui calciatori Alessandro Selvini, Gabriele Giacchino ed Edoardo Antoni. E non è solo l'ennesimo fascicolo (il n. 401 pf 25-26) che si chiude con un patteggiamento. È uno squarcio inquietante sulla quotidianità del nostro calcio di provincia. E, se analizzato con attenzione, c'è un dettaglio in questa storia che fa letteralmente tremare i polsi.
Dimenticate i cavilli dell'articolo 24 del Codice di Giustizia Sportiva. Guardiamo in faccia la realtà dei fatti. Il 24 gennaio 2025 si gioca Lucchese-Ascoli, una gara delicata del Girone B di Serie C. Gabriele Giacchino (ora al Vado) fa parte della rosa dei toscani. Si allena durante la settimana, va in ritiro, ascolta le indicazioni tattiche dell'allenatore, si infila la tuta d'ordinanza e siede in panchina, finendo regolarmente a referto. Ma nella testa di Giacchino, in quelle ore, non c'è solo il modulo avversario. C'è una scommessa, piazzata da un conto gioco personale, proprio su quella partita.
Nel periodo in cui era tesserato per la società Asti, numerose scommesse tra le quali due, presso soggetti autorizzati a riceverle, sulle gare Chisola Calcio-FC Vado e Alcione Milano-Caldiero Terme, disputate il 19 maggio 2024 e valide per il Campionato Nazionale di Serie D. Insieme a Gabriele Giacchino, come detto, figurano in questa vicenda di calcioscommesse altri due giocatori, Alessandro Selvini attualmente tesserato per il Forlì (all'epoca dei fatti prima al Frosinone U19 e dopo Lucchese) e Edoardo Antoni, attualmente tesserato per il Monopoli (all'epoca dei fatti tesserato per la Tau Altopascio in serie D)
È il cortocircuito perfetto. La schizofrenia del calcio moderno. Come può un atleta vivere i novanta minuti della sua squadra sapendo che il proprio portafoglio dipende da un evento su cui lui stesso, entrando in campo, potrebbe teoricamente influire? Va chiarito un punto, a scanso di equivoci e per doverosa correttezza: nessuno parla di combine. La Procura non ha contestato frodi sportive o alterazioni dei risultati. Giacchino non ha venduto la partita. Ma il danno reputazionale, il tradimento del patto non scritto con i tifosi che pagano il biglietto in curva, è devastante. È il trionfo della leggerezza che sfocia nell'autodistruzione sportiva, costata al ragazzo (oggi in forza al Vado) 18 mesi di stop e 12.500 euro di multa.
La caduta di Giacchino fa rumore, ma non è isolata. Nel calderone sono finiti anche Alessandro Selvini (ora al Forlì) ed Edoardo Antoni (Monopoli). Per loro le pene sono state più lievi – 10 mesi e 7.500 euro per il primo, 8 mesi e 5.000 euro per il secondo – perché le puntate, pur toccando competizioni nazionali e internazionali, non hanno lambito il sacro recinto della propria squadra.
Eppure, il quadro d'insieme ci restituisce una fotografia desolante. Ragazzi di vent'anni che, invece di concentrarsi sul salto di categoria, passano il tempo libero a incrociare quote e risultati su piattaforme di scommesse.
I colleghi di altre testate si affannano oggi a lodare l'attività della Lega Pro, ricordando i 14 anni di "Integrity Tour", le 350 squadre incontrate, le slide mostrate ai giocatori sui pericoli del betting. Tutto lodevole, per carità. Ma i numeri, evidentemente, sono una foglia di fico. Se dopo 14 anni di lezioni frontali ci ritroviamo ancora a commentare giocatori che scommettono dal proprio telefono personale sulla propria partita, significa che il sistema di prevenzione ha fallito. Le lezioni in aula non bastano a fermare la scarica di dopamina di una "puntata" live.
La vera domanda che questo caso ci pone non è cosa hanno fatto, ma perché lo fanno. Se in Serie A il motore spesso è la noia mita all'illusione di maneggiare capitali illimitati, in Serie C e D c'è forse l'aggravante della ricerca di un guadagno facile in un mondo dove gli stipendi non garantiscono la vita da nababbi. O, più semplicemente, è il sintomo di una malattia clinica: la ludopatia.
Non a caso, la giustizia sportiva ha intelligentemente commutato parte delle squalifiche in percorsi terapeutici e incontri di sensibilizzazione pubblica. È la via giusta. La FIGC ha capito che la sola clava della squalifica (che partiva da un minimo di tre anni) non salva il ragazzo, ma si limita a radiarlo dal sistema.
Il caso Selvini-Giacchino-Antoni si chiude qui, con le sentenze scritte e i campionati che vanno avanti. Ma per ogni fascicolo che si chiude, sorge il dubbio che ci sia uno spogliatoio dove, proprio in questo momento, un ragazzo in tuta di rappresentanza stia controllando compulsivamente l'esito del primo tempo in Ligue 1 o in Bundesliga. Il calcio italiano ha scoperto di avere un virus endemico. E per curarlo, non basterà leggere il regolamento ad alta voce. Serve capire il vuoto che quei ragazzi cercano di riempire.
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