Il calcio è fatto di uomini, prima che di schemi, e la storia recente del Casarano ne è la dimostrazione più lampante. Antonio Obbiettivo, responsabile dell'area tecnica del club rossazzurro, incarna perfettamente questa filosofia, vivendo il proprio ruolo con un’intensità che va ben oltre il semplice contratto professionale. Per lui, la sala stampa non è solo un luogo di rappresentanza, ma un vero ufficio operativo dove il contatto umano resta la priorità assoluta.

«Dal punto di vista della disponibilità do il massimo per i ragazzi e per lo staff, ma anche per chi lavora dietro le quinte. Non sono un direttore sportivo di quelli che cercano di scavalcare i ruoli; lo spogliatoio lo ritengo sacro ed è giusto che all'interno ci sia l’allenatore a dettare i tempi. Io preferisco osservare, correggere e aiutare. Questo è il mio luogo di lavoro e se qualche ragazzo ha un problema, lo accolgo e ne parliamo qui. I calciatori non sono automi, sono esseri umani che hanno i loro momenti di difficoltà, per me il rapporto umano viene sempre prima di quello professionale».

Questa attenzione maniacale alla componente caratteriale ha radici profonde nel modo in cui Obbiettivo costruisce le sue squadre. Non basta saper calciare bene un pallone per vestire la maglia del Casarano; serve una scintilla interiore che il direttore cerca di scorgere sin dal primo incontro.

«Si guarda ovviamente alla funzionalità del calciatore all'interno del gruppo, ma le scelte si fanno anche sotto l'aspetto umano. Ho sempre scelto giocatori che potessero darmi qualcosa anche fuori dal rettangolo verde. Cerco di circondarmi di persone che rispecchiano la mia personalità. Essere leali, onesti, seri e vicini alle esigenze dei ragazzi e delle loro famiglie è il segreto vincente per fare questo lavoro».

Il legame con il presidente Antonio Filograna Sergio è nato in modo quasi fortuito, in un momento in cui Obbiettivo aveva appena toccato il cielo con un dito vincendo il campionato ad Altamura. Una telefonata a fine maggio 2024 ha cambiato il corso della sua carriera, portandolo a fare una scelta apparentemente controcorrente: rinunciare a un campionato di Serie C già conquistato per ripartire dalla D con un nuovo progetto.

«Non ci conoscevamo col presidente, la prima chiamata mi arrivò a fine maggio. Ero un tesserato dell'Altamura e avevamo appena vinto il campionato, mentalmente mi approcciavo a vivere i professionisti per la prima volta. Quella sera arrivai a casa stanco morto, risposi a Giampiero Schiavano che mi passò il presidente in vivavoce. Mi chiese di vederci e quando accadde non parlammo di nulla se non di prospettive future: mi innamorai del suo carisma. Lui è una persona ambiziosa che quando scende in campo lo fa per vincere. Mi disse che il Casarano veniva da vent'anni di delusioni e voleva vincere al primo colpo. Gli risposi che mi assumevo una grande responsabilità, gli strinsi la mano e promisi di provare ad accontentare lui e la gente».

Il cammino verso il ritorno tra i professionisti, però, è stato segnato da un evento drammatico che ha messo a dura prova non solo il professionista, ma l'uomo. Il 10 aprile, a pochi giorni dalla sfida decisiva per la promozione, Obbiettivo viene colpito da un grave infarto. Un momento di buio che non ha spento, però, la sua determinazione di essere presente al traguardo finale.

«Mi viene la pelle d'oca a pensarci, è stato un momento drammatico. Il giorno prima eravamo allo stadio a festeggiare il compleanno di mister Di Bari, ma non mi sentivo bene. Poi l'infarto gravissimo. La mia testa però era lì, pensavo: ho fatto tanto lavoro, vuoi vedere che non mi godo la Serie C? La domenica successiva ero in ospedale e vidi la gara al telefonino, ma la voglia di tornare era altissima. Il 17 aprile contro l'Andria, contro il parere della famiglia e dei medici, dissi: se non mi fate scendere, scendo da solo. Ottenni quello che volevo e riuscii a festeggiare nello spogliatoio. È un ricordo che rimarrà per sempre nella mia testa».

La risalita del Casarano è passata anche per scelte tecniche coraggiose, come quella di affidare la panchina a Vito Di Bari in un momento delicato della scorsa stagione. Una scommessa su un profilo giovane che ha pagato dividendi altissimi, portando la squadra non solo alla promozione, ma a un’annata straordinaria anche nella categoria superiore.

«A ridosso di Natale il presidente non era soddisfatto del trend e mi chiese un allenatore importante. Io invece cercai un profilo giovane e ambizioso, facendo cadere la scelta su Di Bari. Chiamai i calciatori che avevano lavorato con lui e tutti mi diedero un parere positivo. Quando lo portai dal presidente, capii dagli occhi di entrambi che era nato qualcosa. Filograna mi disse: mi ha convinto, è ambizioso come noi, richiamalo. Da lì è nato un rapporto vincente. Quest'anno l'obiettivo era una salvezza tranquilla, ma io gli promisi che avremmo provato ad arrivare al decimo posto per i play-off. Siamo andati oltre le aspettative».

Il mercato di gennaio ha rappresentato un altro banco di prova per la solidità della società. Nonostante le lusinghiere proposte economiche arrivate per i pezzi pregiati della rosa, il club ha scelto di non smantellare, dando priorità al sogno sportivo rispetto al guadagno immediato.

«Il mio lavoro deve portare sostenibilità e ho cercato di patrimonializzare la società. A gennaio tante realtà importanti hanno guardato ai nostri gioiellini, potevamo incassare cifre importanti, ma quando ho portato le proposte sulla scrivania del presidente, lui non voleva saperne. Si affeziona ai giocatori dal punto di vista umano. Io a volte devo essere il suo freno a mano per proteggerlo, perché lui è il primo tifoso rossazzurro e si fa trascinare dalle emozioni, il che ci sta perché il calcio è emozione».

In questo percorso di successi, spicca la parabola di Mino Chiricò, simbolo di un progetto tecnico che ha saputo scommettere sul desiderio di rivalsa dei singoli. Un legame nato da una promessa fatta mesi prima e mantenuta con coerenza da entrambe le parti.

«Chiricò lo volevo già in Serie D, veniva da un periodo non felice. Gli dissi che se avessi vinto il campionato, l'anno dopo sarebbe stato il primo su cui avrei puntato per la C, basando il progetto sulla sua persona. A giugno ci siamo rivisti e i suoi occhi avevano ancora la stessa voglia. Aveva bisogno di sentirsi al centro del progetto in una piazza stimolante. Ho creduto in lui, non mi ha tradito e ora è il capocannoniere. Spero di averlo con noi il più lungo possibile».

Sezione: Serie C / Data: Gio 30 aprile 2026 alle 19:15
Autore: Redazione Notiziario del Calcio / Twitter: @NotiziarioC
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