Il calcio italiano è di nuovo sotto accusa. Non per una sconfitta in campo — o almeno, non solo — ma per qualcosa di più profondo e strutturale: l'incapacità cronica di riformarsi, di guardarsi allo specchio, di fare quel passo in avanti che altre discipline sportive hanno già compiuto da tempo. A dirlo, con una franchezza inusuale per un esponente del governo, è Andrea Abodi, ministro per lo Sport e per i Giovani, intervenuto dal palco dell'evento Il Foglio a San Siro. Le sue parole non lasciano spazio a interpretazioni diplomatiche. Il tono è quello di chi ha aspettato abbastanza.
Abodi apre con una battuta amara, evocando il celebre conduttore televisivo Enzo Tortora e la sua storica domanda al rientro in video dopo anni di calvario giudiziario: "Se ci fosse ancora Enzo Tortora, direbbe dove eravamo rimasti? Diciamo le cose che abbiamo sempre detto, siamo rimasti dove eravamo, almeno nel calcio".
È una metafora dura, quasi crudele nella sua precisione. Il calcio come un programma televisivo interrotto che, alla ripresa, non ha nulla di nuovo da mostrare. Tutto uguale. Tutto immobile.
A rendere ancora più stridente il confronto, il ministro elenca ciò che invece si muove nel panorama sportivo nazionale. Il tennis, definito "un fiore all'occhiello". Il rugby, che "comincia ad avere risultati incoraggianti". Il baseball. Una serie di discipline che hanno scelto di interrogarsi, di cambiare rotta, di costruire nel tempo. "Il resto dello sport si è evoluto, si è posto domande, ha cambiato strategie. Ha seminato e poi sta raccogliendo: le cose non succedono per caso", sottolinea Abodi. E aggiunge un dato culturale non secondario: ogni disciplina ha dimostrato di "sapere diventare scuola, senza aspettare un campione". Il talento individuale non basta. Serve un sistema.
L'esclusione della Nazionale italiana dai Mondiali è il punto di rottura. Non un incidente, non una distrazione. Un sintomo. "Non siamo riusciti ad andare ai Mondiali, e stiamo facendo un danno ai giovani", dice il ministro, che rifiuta la lettura degli episodi singoli — i rigori sbagliati da Jorginho in un caso, gli errori di questa volta nell'altro — come spiegazione sufficiente.
Il vero problema, secondo Abodi, è sistemico e riguarda la mancanza di autocritica. "Non abbiamo saputo farci un esame di coscienza e dare un seguito al 98,7% del consenso dato al presidente Gravina", afferma, riferendosi alla rielezione di Gabriele Gravina alla guida della Figc con una maggioranza schiacciante. Il presidente federale, ricorda il ministro, "ha fatto un passo indietro non perché sia il responsabile esclusivo, ma perché tutto il sistema non ha saputo fare un passo in avanti".
La distinzione è importante: Gravina non è indicato come capro espiatorio, ma come emblema di un fallimento collettivo. E quella percentuale — 98,7% — diventa nell'analisi di Abodi non un segno di forza, ma quasi una contraddizione in termini: come può un sistema che ha espresso un consenso così unanime non essere riuscito a riformarsi?
Abodi esprime riserve esplicite sull'assemblea federale fissata per il 22 giugno, occasione in cui si dovrà eleggere il nuovo vertice della Figc. "Ho ragionevoli dubbi", dice, spiegando che non basta un presidente: "Abbiamo bisogno di una comunione d'intenti. Se non c'è stata con il 98,7%, perché dovrebbe arrivare il 22 giugno?"
Alla domanda secca su un eventuale commissariamento, il ministro risponde con altrettanta franchezza, senza tuttavia sbattere porte: "Ma non lo so, se riuscissimo a definire un programma basato sui contenuti, non ne avremmo bisogno. Però non vedo convergenza". E subito dopo rivendica la propria cultura politica di fondo: "Io sono per la via ordinata e credo nella democrazia, ma qui sono 17 anni che ci confrontiamo e dialoghiamo".
Un dato che vale come sentenza: diciassette anni di discussioni, senza che il sistema abbia trovato un assetto stabile e funzionale. Abodi porta a testimonianza la propria esperienza diretta: "Ho fatto l'esperienza da presidente della Serie B, mi ha cambiato la vita: è stato molto più facile trovare armonia tra club molto diversi, in una lega che ha un turnover impressionante e che porta a instabilità". Se è possibile trovare coesione in un campionato così frammentato, perché non lo è nel calcio nel suo complesso? La risposta implicita è che manchi la volontà, non la strada.
Il ministro non si sottrae alla logica della responsabilità condivisa, anzi la rivendica per sé: "Tutti abbiamo responsabilità. Io quando ho incassato sconfitte l'ho ammesso". Ma pretende la stessa disponibilità dagli altri attori del sistema. E qui il tono si fa più tagliente.
"Non posso confrontarmi con delle componenti che la prima cosa che fanno è nominare un candidato", dice, indicando nel corto circuito delle candidature immediate la prova che certi attori non hanno ancora capito la lezione. Chi si affretta a indicare un nome prima ancora di aprire una riflessione collettiva dimostra di non aver compreso "che la responsabilità non è stata solo del presidente Gravina".
La proposta di Abodi è diversa: sedersi al tavolo, ma con un presupposto preciso. "Voglio rispetto reciproco", afferma. E non come formula retorica: la mediazione, avverte, non deve essere scambiata per debolezza. "Mi auguro che non si confonda la capacità di mediare con debolezza. Non sono più nella condizione di attendere".
Sul fronte delle infrastrutture, Abodi tocca un altro nervo scoperto del calcio italiano: gli stadi. Il ministro dichiara di aver "sofferto l'iter molto lungo per arrivare alla nomina del commissario straordinario, Massimo Sessa", aggiungendo di aver voluto nominarlo prima e di non aver ricevuto adeguato sostegno dalla Federazione sul punto.
Il governo, ricorda il ministro, "ha messo a disposizione dello sport risorse enormi, oltre 3 miliardi". Ma gli investimenti privati ci sono, e aspettano solo condizioni operative adeguate. "Non c'è dubbio", risponde alla considerazione che a Milano, Roma e Firenze i potenziali investitori sarebbero pronti. E ringrazia esplicitamente Inter e Milan "per l'investimento fatto", in riferimento al progetto del nuovo stadio nell'area di San Siro.
Abodi cita anche il presidente dell'Uefa Aleksander Ceferin per puntualizzare un principio: "Negli altri Paesi, con rispetto del presidente Ceferin, lo sviluppo delle strutture non è dipeso dalla politica, ma dall'intraprendenza dei club, poi supportati dalla politica". Il modello, insomma, non è quello dell'attesa dell'intervento pubblico, ma dell'iniziativa privata accompagnata dallo Stato.
Una critica indiretta ma precisa al modo in cui il sistema calcio italiano ha spesso delegato alla politica ciò che avrebbe dovuto costruire da sé.
Tra le accuse più dirette, Abodi riserva parole dure alla Federazione sul tema della trasparenza nei conti dei club. Quando il governo ha fatto "passi avanti sul principio della trasparenza" istituendo una nuova commissione indipendente per il controllo dei bilanci societari, qualcuno — dice il ministro — "in un'intervista, ha parlato di figuraccia mondiale". Una reazione, questa, che Abodi definisce inaccettabile: un sistema che reagisce negativamente agli strumenti di controllo finanziario dà la misura della propria immaturità istituzionale.
"O il sistema trova un'armonia, o rischiamo un confronto", avverte il ministro, che esclude però la resa: "Cercherò di superarlo come sempre".
Abodi fissa i termini temporali della propria pazienza con insolita precisione: "Ho 14 mesi prima di chiudere il mio mandato, non posso farlo senza aver sistemato un problema che conosco molto bene e che è datato da prima del 2010". Un problema, dunque, con radici profonde e bipartisan, che ha attraversato governi di diverso colore senza trovare soluzione.
"Non ho voglia o possibilità di forzare la mano, ma non posso essere passivo aspettando che qualcosa succeda e sperando che sia diverso dalle altre", afferma, prima di evocare un precedente storico significativo: "Ricordiamoci che nel 2017 il ministro Giorgetti fu costretto e diede impulso a una riforma. Io non voglio essere costretto, ma mi appello al senso di responsabilità".
Il riferimento all'allora ministro Giancarlo Giorgetti — che intervenne per sbloccare una situazione di stallo federale — suona come un avvertimento chiaro: la politica è già intervenuta in passato, e potrebbe farlo di nuovo. Non è la strada preferita da Abodi, ma neppure una strada esclusa.
"Non voglio entrare sul tema delle nomine, ma ho bisogno della certezza che questa volta non facciamo finta", conclude il ministro su questo punto.
In chiusura, un segnale positivo arriva da un altro fronte. Le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina, ricorda Abodi, "sono andate molto bene", e il merito è distribuito: "Ringraziamo lui e tutta la squadra", dice riferendosi al presidente della Fondazione Milano-Cortina, Giovanni Malagò. E individua la ragione del successo in un elemento apparentemente semplice ma tutt'altro che scontato nel panorama italiano: "Tutti hanno fatto benissimo, e questo perché non ci sono state fughe in avanti".
Un modello di governance funzionante, silenzioso, efficace. L'esatto contrario di quanto accade nel calcio.
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