La Corte d'appello di Firenze ha confermato e inasprito la condanna nei confronti di Manolo Portanova, centrocampista della Reggiana, riconosciuto colpevole di violenza sessuale di gruppo e condannato a sei anni di reclusione. Una sentenza di secondo grado che il calciatore ha respinto con fermezza, affidando il proprio sfogo a dichiarazioni cariche di amarezza e determinazione.
«È assurdo, sono cinque anni che vivo una situazione incredibile», ha detto Portanova a caldo, subito dopo la pronuncia dei giudici. Parole che fotografano lo stato d'animo di un uomo che si dice estraneo ai fatti contestati e che annuncia la propria intenzione di proseguire la battaglia legale fino in fondo.
La vicenda giudiziaria che ha travolto Portanova si trascina ormai da diversi anni, segnando profondamente la vita personale e professionale del giocatore. La sentenza di appello rappresenta il secondo pronunciamento di colpevolezza nei suoi confronti, un dato che il calciatore non accetta e che attribuisce a quello che definisce un processo fondato su basi inconsistenti.
«Portare le prove della mia innocenza non basta. Oggi non è stata detta la verità», ha affermato, sottolineando come il percorso processuale non abbia, a suo avviso, condotto a un accertamento corretto dei fatti. Una posizione netta, ribadita con parole che lasciano trasparire la frustrazione accumulata nel corso di un iter giudiziario che lo ha visto protagonista suo malgrado per anni.
Nel corso delle sue dichiarazioni, Portanova ha voluto distinguere nettamente la propria dimensione umana da quella sportiva, rivendicando un'identità e un carattere che dice essere stati travisati dalla controparte.
«Sono un ragazzo buono e, prima di essere un calciatore, sono un uomo. L'uomo è stato infangato con una roba assurda che non gli appartiene», ha detto, aggiungendo di essersi presentato davanti ai giudici ribadendo di non corrispondere al profilo descritto dall'accusa: «Davanti ai giudici ho detto che non sono quella persona che viene descritta dalla controparte, non ho mai trattato male una persona, sono stato cresciuto con dei sani principi».
Un ritratto di sé che il giocatore oppone con decisione alla ricostruzione giudiziaria, insistendo sull'incompatibilità tra quanto contestatogli e i valori con cui afferma di essere cresciuto. «Non capisco perché si debba lottare per una cosa che è talmente ovvia», ha aggiunto, in un passaggio che restituisce tutta la difficoltà di chi si percepisce costretto a difendersi da accuse che ritiene prive di fondamento.
Tra le dichiarazioni più sorprendenti, Portanova ha rivolto un pensiero alla persona offesa, adottando una prospettiva inattesa: «Stiamo facendo del male alla ragazza perché le stiamo facendo credere realmente che questa cosa sia successa». Una lettura dei fatti che rovescia la narrativa processuale e che, inevitabilmente, si presta a interpretazioni opposte a seconda del punto di vista adottato.
Nonostante la durezza del giudizio, Portanova non rinuncia a dichiarare fiducia nel sistema giudiziario, pur ammettendo che le due sentenze finora pronunciate non ne abbiano, a suo dire, incarnato i principi.
«Andrò avanti all'infinito, non posso perdere la mia vita calcistica e non giocare più a pallone per un'accusa priva di prove», ha dichiarato, preannunciando il ricorso in Cassazione attraverso il proprio legale. «Sicuramente il mio avvocato non si fermerà: io credo nella giustizia, anche se non è stata applicata in queste due sentenze».
Il calciatore ha anche fatto riferimento al peso mediatico della vicenda, esprimendo il timore di subire la stessa sorte di chi, in altri casi di risonanza pubblica, non ha visto emergere la propria verità: «A volte penso male, ma devo credere nella giustizia, sperando che non succeda come in tanti casi mediatici che ci sono attualmente».
La condanna a sei anni pronunciata dalla Corte d'appello di Firenze non chiude dunque la vicenda. La difesa di Portanova si prepara a impugnare la sentenza dinanzi alla Corte di Cassazione, ultimo grado del giudizio ordinario, nella speranza di ottenere un ribaltamento di quanto stabilito nei due precedenti gradi di merito.
«Continuo a lottare come ho sempre fatto, so di essere innocente e lo urlerò fino alla fine», ha concluso il giocatore, con parole che tracciano la rotta di un percorso ancora aperto, tra aule di tribunale e campo da gioco, in attesa di una parola definitiva che, al momento, resta lontana.
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