Oggi, 16 aprile 2026, il calendario non segna soltanto una data, ma riapre una ferita che nel cuore della Cava de' Tirreni sportiva, e non solo, non si è mai completamente chiusa. Sono passati esattamente venti anni da quella maledetta mattina di Pasqua del 2006, quando la gioia più incontenibile si tramutò in un batter d'istante nel dolore più sordo e straziante. Venti anni senza Catello Mari. Venti anni senza il "Leone".
Il destino, nel calcio come nella vita, sa a volte essere un drammaturgo spietato. Per comprendere fino in fondo la portata di quel dramma, bisogna riavvolgere il nastro a poche ore prima. Era sabato 15 aprile 2006. Al "Simonetta Lamberti", la Cavese allenata da Sasà Campilongo batteva in rimonta il Sassuolo per 2-1. Un tripudio assoluto. Un trionfo che significava la matematica e tanto attesa promozione in Serie C1, un traguardo che il popolo blufoncé aspettava da oltre due decenni. La città metelliana esplose in una festa viscerale, un fiume umano di colori ed entusiasmo destinato a scorrere per tutta la notte. Al centro di quella bolgia felice, con la fierezza di chi in campo dava sempre l'anima, c'era lui: Catello Mari, ventotto anni, il "difensore col vizio del gol", il baluardo insuperabile della retroguardia campana.
Dopo aver brindato, cantato e festeggiato con i compagni di squadra, Catello si mise alla guida del suo Maggiolone Volkswagen per fare rientro a casa dei genitori a Castellammare di Stabia, la città in cui era nato. Voleva trascorrere la Pasqua e festeggiare quel traguardo straordinario in famiglia. Ma a casa, il Leone, non è mai arrivato. Alle prime luci dell'alba, sul raccordo autostradale verso Castellammare, l'auto perse aderenza e si ribaltò più volte schiantandosi contro il guardrail. La corsa frenetica verso l'ospedale San Leonardo, i disperati tentativi di rianimazione da parte dei medici: fu tutto terribilmente vano.
La notizia squarciò le prime ore del mattino come un fulmine a ciel sereno. Cava de' Tirreni si svegliò orfana del suo eroe. Le bandiere e le sciarpe celebrative vennero listate a lutto, calando un velo di silenzio irreale su una città che poche ore prima cantava a squarciagola. Il ritorno in C1 passò improvvisamente in secondo piano di fronte alla tragica perdita di un ragazzo di soli 28 anni, un uomo puro e un lottatore indomito, strappato via nel momento più alto della sua carriera[5][7].
Ma se la caducità terrena può spezzare una giovane vita, non può nulla contro la forza del mito. In questi venti anni, Catello Mari non se n'è mai andato veramente. La Curva Sud dello stadio, il settore più caldo e appassionato del tifo metelliano, è stata ribattezzata "Curva Sud Catello Mari". La sua maglia gigante, la numero 6, continua a sventolare come un vessillo sacro, simbolo di un’appartenenza che trascende le vittorie e le sconfitte sul campo.
Oggi, in questo ventennale così carico di malinconia, il pensiero vola ai genitori, a mister Campilongo, ai compagni di allora e all'intera piazza blufoncé che, di padre in figlio, tramanda la memoria di questo ragazzo. Ai più giovani, che nel 2006 magari non erano nemmeno nati, viene insegnato subito chi era il numero 6, perché nessuno, scendendo sul prato del Lamberti, possa mai dimenticare cosa significhi onorare quella maglia.
Venti anni dopo, se si chiudono gli occhi e si ascolta il brusio degli spalti di Cava de' Tirreni, sembra ancora di vederlo lì: concentrato, insuperabile, pronto all'ennesimo anticipo e al prossimo salto di testa.
Ciao, Leone. Continua a ruggire da lassù.
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