Il calcio italiano continua a fare i conti con una crisi strutturale che si manifesta, con sconcertante regolarità, nelle categorie minori. Ogni stagione porta con sé una scia di società scomparse, debiti lasciati sul campo e comunità sportive private del proprio riferimento calcistico. A portare il dibattito fuori dalle stanze tecniche e dentro il discorso pubblico è Stefano Bandecchi, figura poliedrica del panorama nazionale: imprenditore, politico e dirigente sportivo, da tempo abituato a non misurare le parole.
Intervistato dal DoppioPasso Podcast, Bandecchi ha offerto un'analisi spietata delle dinamiche che, a suo avviso, affliggono il movimento calcistico italiano, con particolare attenzione al fragile ecosistema delle divisioni inferiori.
Secondo Bandecchi, il calcio esercita un richiamo irresistibile su soggetti privi delle competenze — e delle risorse — necessarie per gestire un'impresa sportiva. Non si tratta, nella sua lettura, di semplici errori gestionali, ma di un problema di profilo: chi si avvicina al pallone spesso non lo fa per amore del gioco o con un progetto industriale solido alle spalle, bensì per ragioni di visibilità e di status.
"Il calcio attira criminali, falliti e persone che vorrebbero farsi vedere perché pensano di essere così più importanti", ha dichiarato senza esitazione.
Una sentenza che, nella sua brutalità, punta il dito non tanto sul sistema in sé, quanto su chi lo popola: individui attratti dal potere simbolico di possedere una squadra di calcio, indipendentemente dalla capacità di sostenerla economicamente.
Il caso più emblematico, secondo Bandecchi, riguarda la Serie C, il terzo livello del calcio professionistico italiano, da anni teatro di dissesti finanziari e revoche di affiliazione. La periodicità con cui le società scompaiono non sarebbe frutto del caso, né di congiunture economiche sfavorevoli, ma di una precisa responsabilità individuale.
"Per esempio in Italia tutto quello che riguarda il calcio minore è un problema: secondo voi perché ogni anno falliscono 6-7 squadre dalla Serie C? Perché sono in mano a delle persone che non dovrebbero occuparsi nemmeno di bagni pubblici, o comunque dovrebbero fare i conti con la propria tasca anziché avventurarsi in un mondo che richiede i soldi. E loro i soldi non ce li hanno e quindi falliscono".
La metafora dei "bagni pubblici" è volutamente provocatoria: Bandecchi suggerisce che certi proprietari non abbiano le competenze minime per gestire nemmeno una struttura elementare, figuriamoci un'impresa sportiva complessa come un club calcistico, con dipendenti, contratti, diritti televisivi e obblighi federali.
Dietro le parole di Bandecchi si intravede una critica implicita alle istituzioni sportive: se ogni anno si ripete lo stesso schema — ingresso di proprietari inadeguati, gestione dissennata, fallimento — è lecito chiedersi se esistano filtri sufficienti a monte. Le norme federali prevedono requisiti patrimoniali e fideiussioni per l'iscrizione ai campionati, eppure il meccanismo continua a incepparsi con regolarità.
Il dato dei 6-7 fallimenti annuali in Serie C, citato da Bandecchi, non è un'iperbole: negli ultimi anni diversi club hanno visto revocare la propria affiliazione o sono stati esclusi dai campionati per inadempienze economiche, lasciando giocatori senza stipendio, tifosi senza squadra e intere città senza un punto di riferimento identitario.
In un Paese in cui il calcio occupa uno spazio culturale e identitario di primissimo piano, il tema della sostenibilità delle società sportive minori rimane largamente sottotraccia nel dibattito pubblico. Eppure è proprio in quei club di provincia, spesso centenari, che si forma il tessuto sociale di intere comunità. Quando falliscono, non scompare solo una squadra: sparisce un pezzo di storia collettiva.
Le parole di Bandecchi, volutamente crude e senza diplomatismi, hanno il merito di portare questo tema all'attenzione, anche a costo di semplificare una realtà che ha, naturalmente, sfumature più complesse. Ma nel calcio italiano, dove i proclami abbondano e le riforme strutturali faticano ad arrivare, forse è proprio la brutalità del messaggio a renderlo difficile da ignorare.
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