Gabriele Gravina ha scelto le pagine del Corriere dello Sport per tracciare un consuntivo del proprio mandato alla guida della Federazione Italiana Giuoco Calcio, ormai agli sgoccioli dopo l'addio annunciato lo scorso aprile. In una lunga intervista pubblicata oggi dal quotidiano sportivo, il dirigente ha ripercorso le ragioni che lo hanno condotto alle dimissioni e ha commentato il toto-nomi per la sua successione.
Un'eredità che, a detta dello stesso Gravina, va ben oltre i risultati sul campo. "Lascio una Federazione in ottima salute e con una progettualità avanzata, nonostante le tante aggressioni subite che mortificano non solo il lavoro di una governance con il 98,7% di consensi, ma anche gli 1,4 miliardi di gettito fiscale assicurati dal calcio al Paese", ha dichiarato, rivendicando un giudizio largamente positivo sul lavoro svolto e respingendo le critiche piovute sulla sua gestione.
Il pensiero è andato inevitabilmente anche alla ferita più dolorosa del suo mandato, la mancata qualificazione della Nazionale al Mondiale, una vicenda che continua a pesare sul giudizio pubblico nei confronti del movimento calcistico italiano. "Niente Mondiale dal 2014? Continuiamo a pagare un conto salato, anche con la sfortuna. Ma come ha detto il presidente del Coni, Buonfiglio, un risultato sportivo non crea i presupposti per un commissariamento", ha precisato Gravina, richiamando le parole del numero uno del Comitato Olimpico Nazionale Italiano a sostegno della propria tesi: le difficoltà della squadra azzurra, per quanto dolorose, non possono di per sé giustificare un intervento commissariale sulla Federazione.
Più articolato il passaggio dedicato alle dimissioni, presentate lo scorso aprile e che di fatto chiudono un'epoca alla guida del calcio italiano. Gravina ha raccontato un clima di pressione costante, culminato nella scelta di farsi da parte dopo anni di tensioni con parti del sistema. "Mi sono sentito spesso bersagliato. Mi sono dimesso perché non potevo continuare questo braccio di ferro per difendere una posizione personale. Dovevo andarmene prima, già a giugno-luglio 2025, una volta constatato che ogni tentativo di riforma si sarebbe arenato", ha affermato, ammettendo implicitamente un errore di tempistica nella gestione della propria uscita.
Il presidente uscente si è infine soffermato sui due nomi che si contendono la sua eredità alla guida della FIGC, Giovanni Malagò e Giancarlo Abete, esprimendo un giudizio sereno e privo di preferenze dichiarate. "Malagò e Abete sono due ottimi dirigenti e la FIGC in qualsiasi caso resterà in buone mani. Il vento dell'opinione pubblica lo sento, ovviamente", ha concluso Gravina, riconoscendo comunque di percepire gli orientamenti del dibattito pubblico attorno alla partita per la successione.
Con queste dichiarazioni si chiude, almeno nella sostanza, la parabola di un presidente che ha guidato la Federazione in anni complessi, tra investimenti e progetti a lungo termine da un lato e polemiche, pressioni e un Mondiale mancato dall'altro. Ora la parola passa a chi sarà chiamato a raccogliere il testimone, con il countdown verso la scelta del nuovo numero uno del calcio italiano ormai entrato nella sua fase decisiva.
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