Il Mondiale si avvicina, ma senza l'Italia. Tra i protagonisti della rassegna iridata ci sarà però un volto italianissimo: Fabio Cannavaro, Pallone d'Oro 2006 e capitano della Nazionale campione del mondo in Germania, siederà in panchina come commissario tecnico dell'Uzbekistan. Un paradosso che dice molto sullo stato del calcio italiano, e che lo stesso Cannavaro ha analizzato con lucidità in un'intervista rilasciata alla Gazzetta dello Sport.
La mancata qualificazione degli Azzurri è una ferita ancora aperta. Cannavaro non usa mezzi termini per spiegare cosa sia andato storto contro la Bosnia, lo spareggio che ha sbarrato la porta del Mondiale alla Nazionale italiana: «Abbiamo avuto paura, fatico a pensare si possa perdere con certi giocatori». Una lettura impietosa, che punta il dito non sulla qualità tecnica del gruppo — evidentemente considerata adeguata — ma su un blocco mentale, una fragilità psicologica che ha impedito all'Italia di esprimere il proprio potenziale nel momento decisivo.
Oltre al fattore psicologico, Cannavaro individua un problema di identità calcistica. Tra le criticità del movimento italiano, l'ex difensore prende di mira la tendenza attuale a privilegiare la costruzione dal basso, quasi come imperativo categorico, a scapito di una cultura tattica e difensiva che per decenni ha rappresentato il marchio di fabbrica del calcio azzurro. Quella scuola italiana, fatta di organizzazione, pragmatismo e solidità, rischia oggi di essere dimenticata sull'altare di mode e modelli importati dall'estero.
Cannavaro ripercorre anche il suo percorso da allenatore, non privo di momenti difficili. Dopo l'esperienza in Cina, il telefono è rimasto a lungo in silenzio: «Dopo la Cina nessuno mi chiamava». Un periodo di isolamento professionale che l'ex capitano non ha mai compreso del tutto. Altrettanto oscura rimane ai suoi occhi la mancata conferma sulla panchina dell'Udinese: «Non ho capito perché non mi hanno confermato all'Udinese dopo aver raggiunto la salvezza». Un obiettivo centrato, quello della permanenza in Serie A, che normalmente garantisce la continuità tecnica — ma che in quel caso non bastò.
Nonostante le delusioni, l'ambizione non è mai venuta meno. Cannavaro confessa di lavorare con l'obiettivo di diventare un giorno commissario tecnico dell'Italia. L'ipotesi non è nuova: già nel 2022 il suo nome era circolato con insistenza, in un progetto che avrebbe previsto anche il coinvolgimento di Marcello Lippi nel ruolo di direttore tecnico. Cannavaro, tuttavia, ridimensiona quella stagione di voci: «Non siamo mai stati davvero vicini». Un sogno, dunque, ancora da realizzare, ma evidentemente non accantonato.
Guardando alla rosa attuale, Cannavaro individua in Sandro Tonali il giocatore che, per caratteristiche e mentalità, avrebbe potuto trovare spazio anche nella storica Nazionale campione del mondo vent'anni fa. Un riconoscimento importante, che dice quanto il centrocampista del Newcastle — e della rinascita azzurra — incarni valori calcistici che Cannavaro sente propri.
Intanto, il Mondiale si aprirà senza gli Azzurri ma con la firma italiana ben visibile sulle panchine di diverse nazionali. Cannavaro è tra i più rappresentativi, e la sua storia — da capitano trionfante a tecnico in cerca di consacrazione — è forse lo specchio più fedele delle contraddizioni di un calcio italiano che fatica a ritrovarsi.
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