Un percorso che parte dalle strade di una piccola città lucana e arriva fino ai campi della Serie B, passando per centinaia di gol e un'evoluzione professionale che ha trasformato un attaccante istintivo in uno stratega delle palle inattive. Tommaso Marolda, nato il 14 gennaio 1981 a Venosa, rappresenta oggi un esempio di come la passione calcistica possa reinventarsi, mantenendo intatta la propria essenza.
La cittadina che lo ha visto nascere, con i suoi oltre diecimilacinquecento abitanti in provincia di Potenza, è celebre per essere la "città oraziana", patria del poeta latino Orazio, e custodisce un importante sito preistorico che testimonia millenni di storia. Ma per il giovane Tommaso, quell'ambiente era principalmente il teatro dove coltivare un'ambizione.
"Sono nato con il pallone in mano. Ho fotografie da piccolissimo con il primo pallone che mi regalò mio padre. Venosa è una cittadina ricca di storia, la 'città oraziana', ma per me era soprattutto il posto dove rincorrere un sogno. Mi sono innamorato subito del calcio", racconta Marolda nell'intervista pubblicata sul sito ufficiale del Südtirol.
Il percorso formativo si è sviluppato interamente nelle giovanili locali, con risultati di rilievo. "Ho fatto tutte le giovanili nel mio paese. Abbiamo vinto campionati regionali e disputato fasi nazionali. Poi dagli Allievi sono passato all'Eccellenza. Lì ho iniziato a segnare tanto: 18 gol a 17 anni, poi 16, poi stagioni da 26, 27 e 32 reti. Solo dopo quei numeri si sono accorti di me", spiega.
La progressione verso il professionismo non è stata immediata né semplice. "No, all'epoca non era facile. Ho iniziato dalla Serie D, tra Marche e Romagna, poi a Fano ho fatto tanti gol. Da lì la chiamata in C2 a Teramo, poi la C1 con Taranto e Viareggio per due stagioni. Successivamente sono tornato in C2, ma da lì è iniziata la fase calante della carriera", ammette.
La carriera da calciatore di Marolda si è concretizzata in circa 280 presenze tra Serie C e Serie D, con un bottino impressionante di oltre duecento reti. Tra le squadre che hanno beneficiato del suo talento realizzativo figurano AJ Fano, Teramo, Recanatese, O. Agnonese, Taranto, Viareggio, Melfi, Fermana e Nardò.
Le caratteristiche tecniche che lo contraddistinguevano erano precise e funzionali. "Un attaccante mancino che attaccava la profondità. Mi piaceva andare sempre verso la porta. Venivo meno incontro, tecnicamente non ero fortissimo nello stretto, ma vedevo la porta. Forse mi è mancato l'allenatore giusto in un certo momento del mio percorso, qualcuno che valorizzasse al massimo le mie caratteristiche. Avessi avuto uno come Castori, probabilmente avrei fatto una carriera diversa", riflette con lucidità.
Sulla capacità realizzativa, elemento distintivo della sua carriera, Marolda è chiaro: "Sì, la porta la vedevo. Era istinto, ma anche lavoro. Però nel calcio serve anche l'incontro giusto, il contesto giusto".
La decisione di appendere le scarpe al chiodo è arrivata nel 2017, quando i segnali fisici sono diventati inequivocabili. "Un calciatore non vuole mai smettere, perché giocare è la cosa più bella che esiste. Ho smesso di giocare nel 2017. Nell'ultima stagione iniziavo ad avere piccoli infortuni, anche banali, che mi costringevano a stare fermo un mese o un mese e mezzo. Ho capito che le strutture iniziavano a cedere, anche se mi sentivo bene. In quel momento ho avuto l'opportunità di lavorare nello staff del mister e l'ho colta subito".
L'incontro con Fabrizio Castori ha rappresentato la svolta. "Le mie caratteristiche da giocatore rispecchiavano le sue idee. Ci siamo conosciuti tramite addetti ai lavori e amici comuni. Nel 2017 mi ha portato con lui a Cesena: eravamo ultimi in classifica e abbiamo fatto un girone di ritorno da playoff. Un'esperienza intensa", ricorda.
Dal punto di vista formativo, Marolda ha conseguito il patentino UEFA B presso il Centro Tecnico Federale di Coverciano. Un'esperienza significativa è stata il periodo a Napoli. "Dopo aver smesso sono andato a Napoli per un periodo di osservazione, una sorta di tirocinio. In quel momento c'era Maurizio Sarri alla guida tecnica. Il calcio era diverso, ma ho trovato affinità nella carriera e nella fame, nella grinta. Ho imparato molto anche dai suoi collaboratori sul metodo di analisi e valutazione", sottolinea.
Il curriculum da tecnico si è arricchito progressivamente. Dall'agosto 2017 ha intrapreso l'attività di allenatore di calcio di base, per poi diventare collaboratore tecnico al Cesena in Serie B nella stagione 2017-2018 con Castori. Successivamente ha ricoperto il ruolo di viceallenatore al Bari in Serie D nella stagione 2018-2019 e l'anno successivo in Serie C, esperienza alla quale fa riferimento con particolare enfasi.
"Con la rifondazione del Bari voluta dalla famiglia De Laurentiis, che aveva acquisito la proprietà, sono diventato viceallenatore della squadra pugliese, secondo di mister Cornacchini. Abbiamo vinto la Serie D dopo il fallimento", afferma.
Dopo l'incarico di viceallenatore al Forlì in Serie D nella stagione 2021-2022, è tornato a collaborare con Castori: prima come collaboratore tecnico in Serie B a Perugia nel 2022-2023 e ad Ascoli nel 2023-2024, fino all'approdo all'FC Südtirol.
L'organizzazione dello staff tecnico è un elemento sul quale Marolda pone particolare attenzione. "Fondamentale. Il calcio è vastissimo: aspetti tecnico-tattici, fisici, gestionali. Se non c'è sintonia tra i membri dello staff, le energie si consumano male. Noi condividiamo tutto. Nel calcio di oggi lo staff tecnico non è un semplice supporto dell'allenatore, ma una vera e propria struttura strategica. La sua coesione incide sulla qualità dell'allenamento, sulla gestione emotiva del gruppo e sulla solidità del progetto sportivo".
La distribuzione dei compiti all'interno dello staff è organizzata con precisione. "Il mister ha la guida. Il vice coordina molti aspetti operativi. Il match analyst analizza allenamenti e avversari, spesso con il drone. Il preparatore atletico cura la parte fisica. Io mi occupo in particolare di analizzare ed elaborare strategie sulle palle inattive. Ma nulla è individuale: tutto viene condiviso e integrato", spiega.
L'impegno quotidiano è considerevole. "Tantissimo. Arriviamo al centro sportivo alle ore 8.30 e andiamo via alle 19 o 19.30. Analizziamo allenamenti, dati fisici, carichi di lavoro, video, avversari. L'analisi delle palle inattive richiede ore. La partita è solo la parte visibile".
Durante le gare, la gestione è coordinata ma chiara nei ruoli. "Il mister ha la lettura principale e la decisione finale. Noi forniamo informazioni da prospettive diverse: dalla panchina e dalla tribuna. Ci confrontiamo continuamente, ma l'ultima parola è sua".
Nella dimensione privata, Marolda conserva alcune passioni. "Il tempo è pochissimo. Da calciatore guardavo tanti film, sono appassionato di cinema. Ora ascolto soprattutto musica: anni '60 e '70, rock. Ho tanti dischi. E mi alleno, perché il benessere fisico aiuta anche mentalmente".
L'ambientamento in Alto Adige è stato positivo. "L'ideale per lavorare. Serenità, ordine, servizi funzionanti. È diverso dalla mia terra, più di mare e pianura, ma è un contesto bellissimo. Mi sono trovato subito benissimo, sia professionalmente sia a livello umano. Sono felice di essere qui".
Da attaccante capace di vedere la porta con istinto naturale a collaboratore tecnico specializzato nell'analisi delle palle inattive, Marolda ha saputo trasformare il fiuto del gol in competenza strategica, dimostrando che nel calcio moderno l'evoluzione professionale può rappresentare una seconda carriera altrettanto appagante.
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