La terza mancata qualificazione al Campionato del Mondo è una ferita che non si rimargina in fretta. Andrea Abodi, ministro per lo Sport e i Giovani del governo Meloni, ha affrontato senza giri di parole il tema dell'esclusione dell'Italia dai prossimi Mondiali, intervenendo ai microfoni di Sky Tg24. Un'analisi lucida e per certi versi impietosa dello stato del calcio nazionale, che tocca la formazione dei giovani talenti, la governance della Federazione e le possibili soluzioni per uscire da quella che il ministro stesso definisce "una specie di sortilegio".
Abodi ha aperto il proprio intervento con un ricordo personale, evocando il trionfo del 2006: "Sembra un secolo fa, invece nel 2006 vincemmo il Mondiale e io ero lì con mia figlia e mia moglie, ci manca tremendamente". Un rimpianto che si fa collettivo, condiviso da milioni di tifosi italiani che si ritroveranno ancora una volta a inseguire la maglia azzurra sugli schermi televisivi, senza poterla tifare dal vivo nella competizione più importante del mondo.
Ma Abodi non si è fermato alla nostalgia. Il messaggio centrale del suo intervento è chiaro: quanto accaduto non può essere accettato come normale. "Mi auguro che questo determini uno shock della coscienza, nel senso che non è accettabile, anche se sono le regole dello sport, che non si vada al Mondiale per la terza volta", ha dichiarato il ministro. Una presa di posizione netta, che punta il dito contro un sistema che continua a ripetere gli stessi errori: "Non è accettabile che, dopo due volte, ci siamo ritrovati ancora a giocarsi tutto in un playoff che è sempre una roulette russa dove c'è un avversario, che magari qualche anno fa sarebbe stato più comodo, che dimostra di avere più voglia, di aver avuto un approccio diverso".
Al centro della riflessione di Abodi c'è la questione dei giovani e del talento italiano, che a suo avviso non è scomparso, ma è stato sistematicamente trascurato. "Non penso si sia perso il talento, si è soltanto addormentato, lo stiamo trascurando, fino ad arrivare a negarlo", ha affermato. Una diagnosi severa, che individua nel modello tecnico adottato dai club e nel poco spazio concesso all'iniziativa individuale uno dei mali principali del calcio azzurro.
Il ministro ha descritto una generazione di calciatori che ha perso confidenza con il gesto tecnico più elementare: "Ci sono tanti ragazzi che hanno un rapporto non così familiare e amichevole con il pallone come si dovrebbe avere, non sempre si ha la sensazione che un giocatore sia libero di saltare l'uomo". Una libertà sacrificata sull'altare di schemi e tattiche, con conseguenze evidenti sui risultati della Nazionale.
A questo si aggiunge la tendenza crescente a cercare soluzioni fuori dai confini nazionali: "È troppo facile cercare il talento all'estero, forse è più semplice a livello burocratico, costa meno, dobbiamo cercare delle forme che consentano di avere più competitività nel mercato interno". La priorità, secondo Abodi, è una sola: "Credo che la priorità delle priorità riguardi i giovani. La politica, l'assetto della FIGC, il format dei campionati, la Giustizia Sportiva… Sono tutti importanti, devono contribuire alla credibilità del sistema, ma tutto ruota intorno al modello tecnico, alla ricerca e all'allenamento del talento, che è stato spesso mortificato sull'altare del metodo di gioco".
Sul nome di Pep Guardiola, circolato con insistenza come possibile commissario tecnico della Nazionale, Abodi ha preferito non chiudere la porta, pur mantenendo un approccio pragmatico. "Bisogna capire se lui vuole permettersi l'Italia, ce n'è tanta nel suo percorso di vita e credo nei suoi sentimenti. Fa parte delle opzioni possibili, non è certamente un sogno impossibile", ha detto il ministro.
Abodi ha però sottolineato come la figura del commissario tecnico richieda caratteristiche specifiche, diverse da quelle di un allenatore di club: "È un allenatore molto importante, il ct è un mestiere diverso e bisogna capire se uno straordinario tecnico sia e voglia diventare anche uno straordinario ct, per me è una sfida che prima o poi vogliono fare". E ha aggiunto che la questione economica sarebbe secondaria rispetto a quella progettuale: "Non credo sia un tema di soldi, ma di ambizioni, sogni".
In ogni caso, il ministro è stato chiaro sul fatto che nessun allenatore, per quanto di livello mondiale, potrebbe fare la differenza da solo: "Un allenatore da solo non fa una Nazionale, bisognerà associare un progetto di alto livello, dovrebbe fare emozionare oltre che responsabilizzare. Dovrebbe essere uno stimolo per recuperare il filo dell'eccellenza che abbiamo sacrificato all'incapacità della classe dirigente, sia dei club che delle leghe e della FIGC".
Il tema della governance federale è l'altro grande nodo sollevato da Abodi. Alla domanda se un profilo come quello di Michel Platini — uomo di campo e non politico — possa essere adatto alla guida della FIGC, il ministro ha risposto con una constatazione amara sullo stato attuale della corsa alla presidenza federale: "Per il momento non c'è, nel senso che ci sono due contendenti e non c'è stato nessuno che abbia voluto e saputo fare un passo in avanti". Un riferimento implicito ai precedenti tentativi falliti di portare in federazione figure come Demetrio Albertini e Damiano Tommasi, entrambi ex calciatori di alto profilo.
Abodi ha ricordato in particolare l'episodio legato a Roberto Baggio, quando l'ex fantasista presentò un dossier in sede di consiglio federale: "La cosa impressionante che mi sorprese è che non ci fu un dibattito all'altezza della proposta, non ci fu corrispondenza all'attenzione. Era probabilmente troppo rivoluzionario".
Il ministro ha individuato nella cultura del calcio italiano una resistenza strutturale verso i profili con esperienza diretta di campo: "Ritengono che i calciatori non siano in grado di gestire, è un limite nella proposta e nell'incapacità di riceverla". E ha tracciato un quadro in cui il consociativismo e il corporativismo rischiano di prevalere sulle logiche meritocratiche: "Se prevale questo modello, non c'è Nazionale che tenga".
Nonostante tutto, Abodi ha espresso una cauta speranza che il momento attuale possa rappresentare un punto di svolta: "Dobbiamo sperare che, non soltanto chi vincerà, ma che il contesto sia maturo per una riflessione definitiva dalla quale uscire con soluzioni che ci sorprendano senza dover inventare nulla, sono tutte sul tavolo".
Infine, lo sguardo si proietta verso Euro 2032, che l'Italia co-ospiterà. Sul fronte infrastrutturale, Abodi si è detto fiducioso pur ammettendo qualche ritardo: "Si sta procedendo, avrei voluto essere più tempestivo". Roma, Milano e Torino hanno già un percorso definito per i rispettivi impianti, mentre altri cantieri sono ancora in fase progettuale. Il ministro ha citato il lavoro dell'ingegner Sessa e la firma dei primi atti relativi allo stadio della Roma, annunciando "un'accelerazione nei prossimi mesi".
A sorpresa, Abodi ha anche accennato a un progetto rimasto finora sotto traccia: "C'è uno stadio che a Venezia sta nascendo in silenzio, scopriremo la qualità del lavoro di una squadra". Un segnale di come, al di là delle crisi sportive, il Paese stia comunque provando a costruire le fondamenta per un futuro diverso.
Il messaggio complessivo del ministro è quello di un sistema che ha bisogno di una scossa profonda, culturale prima ancora che tecnica. Se l'Italia vuole tornare a essere protagonista nel calcio mondiale, dovrà ripartire dai giovani, dalla credibilità delle istituzioni e dalla volontà di rompere con i vecchi equilibri di potere. La diagnosi è chiara. Le cure, ancora da somministrare.
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