Domenico Giacomarro non è certo un nome che ha bisogno di presentazioni per gli addetti ai lavori e per gli appassionati del calcio dilettantistico nazionale. Tecnico siciliano di 63 anni, profondo conoscitore delle dinamiche della quarta serie e protagonista di pagine storiche, specialmente nel girone H, Giacomarro rappresenta l'esperienza e la concretezza applicate alla panchina.
La sua ultima parentesi stagionale lo ha visto protagonista, seppur per poche settimane, alla guida del Sora nel girone F di Serie D. Un’avventura breve e complessa, che funge da punto di partenza per una riflessione a 360 gradi sullo stato di salute del nostro calcio, tra carenze strutturali, crisi di talenti e l'analisi di piazze storiche che faticano a ritrovare la propria dimensione. Ai microfoni di Notiziariocalcio.com, l’allenatore ha analizzato con la consueta schiettezza il suo recente passato e le prospettive future di un panorama calcistico in continua mutazione.
Mister, partiamo proprio dalla sua recente esperienza al Sora. Cosa non ha funzionato in quelle poche settimane nel girone F?
«È andata male perché, quando manca l'organizzazione, per me sorge un problema. Prediligo l'organizzazione, la serietà e il rispetto dei ruoli; quando questi elementi vengono meno, la situazione diventa problematica. Il Sora era una squadra molto giovane e tecnicamente molto limitata. Mi era stato garantito che a dicembre sarebbero stati effettuati degli acquisti e avevamo avvertito chiaramente il presidente che, senza interventi, si rischiava seriamente la retrocessione. Solo vivendo certe situazioni dall'interno ti accorgi delle reali problematiche. Personalmente, sono abituato a lavorare con giocatori veri, elementi d'esperienza, capaci di fare la differenza anche se non hanno più la freschezza atletica di un tempo».
Lei ha scritto pagine importanti nel girone H, vantando una media di 1,97 punti in 125 partite. Che giudizio dà al raggruppamento in questa stagione?
«Rispetto a due anni fa, quando vinsi il campionato con l’Altamura, il livello generale si è abbassato. Avevo avuto contatti con diverse squadre di quel girone, ma non si è mai concretizzato nulla. Noto una decadenza verso il basso, un trend che purtroppo riflette quanto vediamo anche in Nazionale. Vedo giovani "under" che non hanno fame e "grandi" che, nonostante l'età avanzata, riescono ancora a fare la differenza in modo netto. Penso a Malcore, Lattanzio e ad altri profili che conosco da anni e che anche quest’anno si sono espressi ad altissimi livelli. Per quanto riguarda la lotta al vertice, credo che la Paganese debba fare un serio mea culpa. Oltre ai meriti di chi ha vinto, i salernitani erano la squadra più forte, ma la sconfitta interna contro il Barletta li ha fatti crollare psicologicamente. A un certo punto il Barletta aveva un distacco di 7-8 punti dalla Paganese: i campani devono leccarsi le ferite per come hanno gestito quel vantaggio».
Spostando lo sguardo su alcune sue ex squadre, come valuta i percorsi di Picerno in Serie C e Pistoiese in Serie D?
«Il Picerno è una realtà solida finché può contare su un presidente che garantisce un contributo economico importante. Stanno facendo grandi cose e anche quest'anno, nonostante le moltissime difficoltà, hanno centrato la salvezza, che era l'obiettivo prefissato. Tuttavia, senza un seguito di pubblico, non si può pensare di vincere i campionati. Per quanto riguarda la Pistoiese, siamo davanti all'ennesimo fallimento. A Pistoia, se non si inquadrano correttamente certe situazioni, non si riuscirà mai ad arrivare fino in fondo. Non so se ci sia una sorta di congiura nei confronti di quella società, ma avevo visto una squadra stratosferica che avrebbe dovuto letteralmente ammazzare il campionato. Hanno cambiato allenatore, ma hanno fallito il momento topico della stagione. Un altro fallimento? Dico Nocerina. Ho visto calciatori che non sanno nemmeno battere correttamente le rimesse laterali... In contesti del genere, un allenatore cosa può inventarsi?».
Quale futuro si aspetta per la sua carriera?
«Mi vedo in una piazza dove si possa far divertire la gente, dove ci sia la reale possibilità di infiammare la tifoseria. Cerco una società che ti permetta di lavorare seriamente e che sappia riportare il pubblico allo stadio. Ho vissuto piazze come Andria, Pagani, Barletta o Torre Annunziata con il Savoia: sono realtà che, quando affronti campionati importanti, riescono a trascinare migliaia di persone. Sono queste le piazze che mi piacciono, quelle in cui devi dimostrare carisma, coraggio e qualità».
Autore: Redazione Notiziario del Calcio / Twitter: @NotiziarioC
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