Rompendo un lungo silenzio attraverso le colonne di TuttoMercatoWeb.com, il patron Valerio Antonini ha scattato una fotografia a tinte fosche sullo stato del movimento calcistico e sportivo nazionale, partendo dalle note traversie che hanno coinvolto il club granata nell'ultima annata agonistica.
Il numero uno della società ha espresso un giudizio categorico sul momento vissuto dallo sport italiano e sulla necessità di una profonda revisione degli organi di controllo: «È stato un anno in cui è emerso tutto lo sporco che c’è nello sport. Le ultime settimane stanno rendendo giustizia: la FIGC dopo il fallimento del terzo Mondiale consecutivo ha cambiato presidente, mentre la Federazione di Pallacanestro è allo sbando totale. Si stanno allineando i pianeti affinché, anche sulla scorta di quello che è successo a me, ci sia una revisione del sistema nazionale. La giustizia sportiva per me è diventata un’ingiustizia. Gli organi che decidono vengono nominati dalle Federazioni e troppo spesso finiscono per tutelare chi li ha nominati e li paga».
Proseguendo nel suo intervento, l'imprenditore si è soffermato sulle concrete possibilità di riammissione del club e sulle perdite sostenute: «Ci credo ancora. Questo ripescaggio mi è già costato 430 mila euro e continuo a crederci. La sentenza Agnelli dimostra che la giustizia sportiva, così com’è organizzata, non garantisce il diritto ad ottenere una decisione realmente giusta. Ho subito ventisei punti di penalizzazione su trenta per lo stesso fatto contestato e la Corte Tributaria di Trapani ha stabilito che ero vittima e non complice della vicenda Alfieri legata ai crediti».
L'analisi del dirigente ha toccato anche gli errori di valutazione commessi al suo rientro nel contesto nazionale, proponendo un ridimensionamento dei costi procuratori: «La colpa è mia. Ho vissuto dieci anni all’estero e avevo perso completamente il contatto con la realtà italiana. Il sistema inglese ha una credibilità completamente diversa rispetto a quello italiano. Ho commesso un errore grave che un imprenditore arrivato al mio livello non dovrebbe fare. Questo sistema è più africano che europeo. Tante società non arrivano neppure alla fine della stagione. C’è un problema enorme legato alla giustizia sportiva e ai procuratori, che sono gli unici a guadagnarci. Guardate quante commissioni vengono pagate ai procuratori. Finché non verrà introdotto un tetto massimo sarà impossibile abbattere i costi. Trovatemi una società di Serie A, B, C o D che riesca davvero a fare utili».
Affrontando il tema dell'abbandono dello stadio locale e del trasferimento della squadra nel capoluogo siciliano, Antonini ha attaccato frontalmente le autorità cittadine: «Sono stato costretto a portare via la squadra da Trapani. Do fastidio perché non faccio accordi con nessuno e non pago mazzette. Probabilmente ero scomodo e sono diventato un obiettivo da eliminare. Mi hanno tolto il palazzetto, mi hanno cacciato dallo stadio e hanno privato la città della propria squadra. Parlano tanto di amore per i colori granata, ma sono tutte scelte dettate da esigenze elettorali. La verità è che l’istituzione trapanese mi ha cacciato e costretto ad andare via. Ringrazio invece il Comune di Palermo che ci ha accolto. Avevamo chiesto a diversi Comuni del territorio trapanese di poter giocare e ci hanno detto tutti di no».
Nello specifico, l'imprenditore ha addossato le responsabilità primarie al primo cittadino: «Il responsabile è Giacomo Tranchida, il sindaco di Trapani. Questa vicenda gli costerà la carriera politica perché ormai non ha più credibilità agli occhi dei trapanesi. Il Sole 24 Ore lo ha definito il peggior sindaco d’Italia. Aveva due eccellenze, calcio e basket, ed è riuscito a cancellarle entrambe».
Riguardo all'espansione dei propri investimenti nella pallacanestro, il patron ha svelato il piano di spostare la squadra nel capoluogo regionale: «La Serie A di basket rappresenta un grande lasciapassare e oggi costa quanto una squadra di Serie C di calcio. Palermo è una città straordinaria e portare uno sport professionistico come il basket nel capoluogo siciliano è una possibilità concreta da cavalcare. Sarà fondamentale ciò che deciderà il TAR nei confronti della Federazione. Ho affidato la questione a un pool di legali, tra cui gli avvocati Giulia Bongiorno e Lubrano. Chiederemo un risarcimento danni milionario e, se riuscirò a ottenere il titolo sportivo, porterò il grande basket a Palermo».
Una delle novità rilevanti riguarda il formale interessamento verso una piazza di Romagna: «Il Cesena mi piace molto. Posso confermare che abbiamo presentato una lettera d’intenti ufficiale. Adesso non spetta a me dire se andrà a buon fine oppure no, perché la decisione appartiene all’attuale proprietà. È una società storica che mi piacerebbe molto guidare. Però tra il dire e il fare c’è sempre di mezzo il mare».
Esprimendosi sulla questione dei club appartenenti al medesimo gruppo imprenditoriale, Antonini ha tracciato una distinzione normativa: «Oggi la multiproprietà nasce anche dalla carenza di imprenditori disposti a investire nel calcio. È un fatto con cui bisogna confrontarsi. Il punto è regolamentarla. Non puoi avere due società e scambiarti liberamente i calciatori, altrimenti vengono alterati sia la regolarità sportiva sia i bilanci. Se si costruiscono due società realmente独立, sfruttando le competenze organizzative di chi conosce il calcio di alto livello, come Lotito o De Laurentiis, il sistema può anche funzionare. Ma non puoi prendere i ragazzi della Primavera della Lazio e mandarli alla Reggina, aggirando le norme per finalità commerciali e contabili. Se arriverà una riforma seria, ben venga la multiproprietà».
Non sono mancate considerazioni severe nei confronti del senatore e patron biancoceleste per le sue recenti manovre societarie: «La sfida con la Reggina sarebbe bellissima e apertissima. Per Lotito provo simpatia, però credo che debba fermarsi a riflettere su quello che sta succedendo alla Lazio. Duemila abbonati sono un numero umiliante per una società come la Lazio. Da tifoso biancoceleste provo grande dispiacere. Credo che, da uomo intelligente qual è, dovrebbe iniziare a pensare di dismettere un impegno che oggi gli sta facendo perdere consenso e risorse. Comincio a pensare che all’interno di Forza Italia non siano tutti contenti della situazione che si è creata intorno alla Lazio. Credo che abbia preso la Reggina esclusivamente per motivi politici. A Lotito della Reggina e di Reggio Calabria non interessa nulla, così come non gli interessava della Salernitana. Lo fa per una situazione elettorale che probabilmente gli è stata garantita. Se si candidasse nel Lazio non prenderebbe nemmeno lo 0,001% dei voti. Lo dico senza cattiveria, ma cerchiamo di mettere da parte certe frasi romantiche sulla Reggina».
Rievocando l'esperienza sul fronte politico e svelando le proprie aspirazioni da sostenitore laziale, il dirigente ha spiegato: «La mia candidatura rappresentava una forma di rottura contro un sistema che avevo trovato a Trapani e che impedisce di crescere. Lotito è andato in Senato per tutelarsi, io invece volevo cambiare quello che avevo visto nella politica locale. Non ci sono mai stati discorsi ufficiali, ma il sogno è quello. Comprare la Lazio sarebbe il massimo. Bisogna essere onesti: oggi le proprietà italiane fanno fatica a sostenere determinati livelli. La gestione di un club con un solo presidente rende quasi impossibile mantenere un equilibrio tra costi e ricavi. Il problema è anche fiscale. Facciamo parte della Comunità Europea soltanto a parole. Basta confrontare la tassazione italiana con quella spagnola. Il Real Madrid può permettersi di acquistare un giocatore da dieci milioni netti pagando molto meno rispetto a quanto accadrebbe in Italia. Come si può pretendere che società di Serie C abbiano gli stessi obblighi economici di club di Serie A? È un sistema che non sta più in piedi».
Passando ai giudizi sui singoli quadri tecnici e dirigenziali del panorama calcistico, il giudizio è stato particolarmente sferzante: «Chi non prenderei mai? Fabiani. Ha fatto un disastro. E quando un anno e mezzo fa lo chiamai chiedendogli un consiglio su un allenatore, mi fece il nome di Ezio Capuano. Uno che ti suggerisce Capuano può fare tutto nella vita tranne il direttore sportivo. Su Capuano non posso parlare per evidenti motivi giudiziari, però mi è già venuta la pelle d’oca. L'allenatore che vorrei invece è Fabio Grosso, ha svolto un lavoro straordinario a Frosinone».
L'affondo ha riguardato anche l'ex tesserato Vincenzo Torrente e la gestione del suo ingaggio: «Oltre a Fabiani aggiungo anche Vincenzo Torrente. Ha percepito lo stipendio per un anno e due mesi rifiutando alcune società pur di restare fermo. Questi sono elementi tossici, una cosa che esiste soltanto nel calcio. Certo che l’ho ricontattato durante l'estate: ho pensato che, visto che non faceva un cazzo da un anno, gli avrebbe fatto bene venire a prendere un po’ di sole a Trapani».
Chiusura dedicata all'impossibilità di proseguire l'attività sportiva d'alto livello nel territorio trapanese in assenza di strutture idonee: «Così com’è oggi non vedo la minima possibilità che Trapani possa avere ancora uno sport professionistico. Il Provinciale, dopo appena quattro mesi, è diventato ingestibile. I danni sono enormi e nessuno investirà cinquecentomila euro all’anno per sistemare stadio e palazzetto. Se qualcuno vuole esaltare la pallamano femminile o l’Eccellenza è libero di farlo, ma quello non è sport professionistico. Io parlo del livello che Trapani aveva raggiunto. Mi piacerebbe lavorare in una realtà seria, con istituzioni capaci di sostenere chi investe nello sport professionistico. Mi vedo in un progetto stabile, costruito con persone serie. Trapani, purtroppo, oggi non rappresenta tutto questo».
Autore: Redazione Notiziario del Calcio / Twitter: @NotiziarioC
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