Di Piazza al CDS: «Palermo, un amore da Serie A»

05.04.2020 19:00 di Nicolas Lopez   Vedi letture
Fonte: corriere dello sport
Di Piazza al CDS: «Palermo, un amore da Serie A»

«Questa è la storia di uno di noi ...». Tony Di Piazza, vicepresidente del Palermo, fanatico di Celentano («Con Mina è la colonna sonora della mia vita»), così cantava accompagnandosi alla pianola, appena giunto negli States, per sbarcare il lunario ed inseguire il famoso “Dream”, fra le strade di una New York, per lui ancora in bianco e nero.

L’importante? «Guadagnare un po’ di soldi, farsi notare. All’inizio eravamo gli “Amanti”, poi il gruppo si trasformò nei “Nuovi Amici”: dieci dollari il primo compenso. Diventati famosi, ne strappavamo anche 200 o 300 per una serata, un matrimonio o per accompagnare artisti famosi che arrivavano dall’Italia». 

I suoi genitori non sono nati negli Stati Uniti. Ci sono arrivati per inseguire il sogno. «Sono di San Giuseppe Jato, oggi ottomila anime, trenta chilometri da Palermo. Mio padre Francesco lavorava in campagna ed era bravissimo a mietere il grano. La mia vita di emigrante cominciò a otto anni». Cresciuto in Svizzera, diventato adulto negli Usa. «Papà partì

per la Svizzera, lo raggiunsi quattro anni dopo. Faceva il muratore, io le elementari. Poi arrivò, l’atto di richiamo, presentato dopo la guerra da parenti che vivevano negli Stati Uniti. Era il ’66. Papà trovò subito lavoro in una azienda tessile».

«Sono nato il 22 aprile 1952. E il mio segno zodiacale è quello del Toro, cioè di persona testarda, che sa quello che vuole e lo ottiene. Aggiungerei fortunata. Se domani dovesse finire il mondo, non avrei nessun rimpianto. Ho avuto tutto». L’ironia non gli manca. «Da piccolo, amavo lo sport ma non avevo i centimetri per diventare calciatore. Giocavo in attacco e poteva sembrare una barzelletta. La mia vera passione? La musica». Aveva sei anni quando la sua vita rimase appesa ad un filo. E’ l’unico ricordo del paese, dove ancora abita Rosa, la sorella. «Attaccato da una capra, saltai una ringhiera e volai in un burrone perdendo conoscenza. Pensavano fossi morto, mi adagiarono sul lettino e chiamarono mio padre in Svizzera. In effetti ero solo svenuto e spaventato».

Con una immigrata italiana. Inevitabile. La scintilla, ad un matrimonio. «Suonavamo per gli sposi e Nella era la damigella. La rividi ad una festa italiana. Fu amore irresistibile. Per me, è stata lei a prendere l’iniziativa, mia moglie sostiene il contrario. Fatto sta che, sposati mentre ancora andavo a scuola, stiamo insieme da 45 anni e abbiamo due figli: Frank, avvocato, cura gli interessi di famiglia e con me si è avvicinato al Palermo tanto che due mesi fa è stato al Barbera per il derby con l’FC Messina; e Antonietta, commessa in un supermercato».

I primi anni, tuttavia, non sono facili. Ma Tony è un vulcano in piena eruzione: prende il diploma di ragioneria al College, suona nei weekend, fa il commercialista, lavora in ufficio per una finanziaria, gestisce con Nella un negozio di regali per chi deve sposarsi, va in giro a vendere le bomboniere per le nozze, aiuta gli italiani a superare l’esame scritto per la patente. Sette attività che lo impegnano per diciotto ore al giorno («Anche oggi, la mia sveglia è alle quattro del mattino»). Il primo affare, nel 1980: acquista, aiutato dalle banche e dai genitori, un immobile con 24 appartamenti e 4 negozi per 195mila dollari, niente per i tempi. E si regala una Cadillac bianca. Inizia così la sua ascesa di imprenditore immobiliare, con un fatturato da milioni di dollari, passione per le auto lussuose e una villa sontuosa nel Queens.

Si muove fra divi e celebrità. Mario Cuomo e Rudolph Giuliani, oltre che amici, sono punti di riferimento politici. Per Trump, invece, pollice verso: «Incompetente, è arrivato, abusando delle leggi e della gente. Non si è mai comportato in maniera trasparente ». La sua villa, immagine di un uomo che ha fatto fortuna, si apre a Spike Lee, Monica Bellucci («Persona stupenda, è stata un’intera giornata con noi») e John Turturro per «Lei mi odia», girato nel 2004. Inaugura il Palermo Fan Club di New York e chiude l’Inter Club, aperto in onore della grande Inter anni ‘60 di Mazzola. I nerazzurri sono il primo amore, quello che non si dimentica mai, il Palermo la sua ...sposa. Invita all’Associazione Moratti e Facchetti; confessa una straordinaria simpatia per Roberto Baggio, suo ospite, reduce dall’avventura nerazzurra. Il fiore all’occhiello: “New York canta”, rassegna canora con ospiti, molti dei quali famosi negli anni settanta e ottanta: Arisa, Fausto Leali, Bobby Solo, Pupo, Riccardo Fogli, Sandro Giacobbe, Gianni Nazzaro, Patty Pravo, Massimo Di Cataldo. «Per la prossima edizione, siamo in contatto con Al Bano».

Ha contagiato tutti in famiglia. «Nessun derby tra di noi, mia moglie è nata in provincia di Bari e non è mai stata una tifosa. Ora, però, quando torno dal club dove seguo le partite del Palermo, mi chiede: «Che avete fatto? Anche mio figlio Frank vive la rinascita del Palermo. Il difetto delle nuove generazioni è che si sono “americanizzate». Frank, invece, si lascia coinvolgere in ogni mia iniziativa». L’ultima avrebbe avuto un sapore storico: dopo la promozione, il Palermo a New York, per un’amichevole contro i Cosmos, ospite dall'Associazione culturale italiana di cui Tony è chairman. «Purtroppo è saltato tutto a causa del virus. Quest’anno, ugualmente, sono arrivate grandi soddisfazioni. Ho preso il Palermo (40% delle azioni, ndc) perché sono un appassionato di calcio e dei colori rosanero. Ma, la ragione principale è dare il segnale che l’emigrante non è più quello che partiva con la valigia di cartone. Un manifesto di riscatto sociale».

Gli piacciano, le cerca, le vince. «Il mio sogno, col Palermo, è arrivare in serie A. Alle nostre spalle spingono migliaia di tifosi. Certo mi sembrerebbe presuntuoso affermare che saremo la Juventus della Sicilia. Da imprenditore, vedo un Palermo come l’Atalanta, che ammiro. Modello da copiare, la dimostrazione che con una programmazione seria, mirata, competente e con l’allenatore giusto, si riescono a fare grandi cose». Che per Di Piazza hanno anche l’aspetto di un Palermo organizzato sotto ogni punto di vista: stadio fruibile e non solo per il calcio, centro sportivo, marketing, rapporto con i tifosi. Idea che dovrebbe coinvolgere anche gli italiani d’America peraltro già attivi. «La pandemia ha creato allarme nel mondo e nuove situazioni di vita, disagi, condizioni di povertà». Ed ecco, un piano di interventi, made in Usa, che finora ha coinvolto Palermo, San Giuseppe Jato, Toritto, il paese di nascita di Nella, Bronte. Episodi di beneficenza per i quali non si cerca pubblicità. «La raccolta è stata destinata all’assistenza dei più bisognosi, dei senza tetto, di quelli che hanno perso il lavoro e magari non possono mettere cibo sul tavolo».

Di Piazza apre il libro sul futuro. «Siamo al primo gradino, cioè tornare fra i professionisti, sperando che si possa continuare a vincere sul campo e non per la sospensione del campionato. Il calcio può diventare un affare? Se uno parte da questa idea, meglio investire quattrini da uno psichiatra perché solitamente col pallone si perde e non ci si guadagna. E cambiare mestiere. Anche se resta la popolarità e la riconoscenza, posto che arrivino i risultati. Abbiamo il vantaggio di essere ripartiti da zero, dunque con bilanci e idee intatti».

Ci scherza Tony, cercando di uscire dalla malinconia. «Siamo tutti ai domiciliari... Mi sposto da casa in ufficio da solo, anche se mio figlio a volte viene a trovarmi. Paura? Francamente, non ne ho. Mi sono sempre curato e sono convinto che, se il tuo corpo è sano e hai un sistema immunitario buono il Coronavirus non ti attacca. La cosa più importante è quella di stare isolati e seguire le norme delle autorità. Hobby? Per gli sport americani non vado matto. Prima collezionavo francobolli, ora non ci perdo più tempo. Non ho un minuto libero tra affari, Palermo e affetti. Insomma, non mi annoio». 

L’accordo con il presidente Mirri non ha avuto sussulti in una stagione trionfale, ma è chiaro che prima o poi il dinamismo societario porterà alla logica di un nuovo confronto. E alla necessità di un aumento di capitale sociale per ridurre i rischi della scalata. Con la promozione in C gli scenari potrebbero cambiare. «Con Mirri, avevamo creato un piano di triennale, con l’obiettivo di portare il Palermo in A. Ho fatto presente che, una volta in C, bisogna ridiscutere per non avere brutte sorprese: un conto la promozione dalla D alla C, un altro dalla C alla B. Una volta in B, si penserà ancora più in grande. Fermo restando che parlare di A mentre attendiamo l’esito di questa stagione, mi sembra prematuro».