C'è un tipo di vittoria che non ha bisogno di proclami. Quella vissuta il 2 aprile ad Altavilla Vicentina, dove il Treviso ha matematicamente conquistato la promozione in Serie C, appartiene a questa categoria. A raccontarla - in una intervista al quotidiano "La Tribuna di Treviso" è Robert Gucher, centrocampista classe 1991 di origine austriaca, uno che di palcoscenici ne ha frequentati molti: il titolo Primavera col Genoa, la Serie B con il Pisa, la doppia promozione dalla C alla massima serie con il Frosinone. Eppure, quella domenica in provincia di Vicenza, il festeggiamento aveva un sapore diverso.
Prima di guardare indietro, Gucher si confronta con l'attualità. Il Treviso ha perso 1-2 il derby contro il Conegliano, ma il capitano non cerca alibi. «La partita è stata interpretata bene», afferma, «dovevamo chiuderla nel primo tempo visto che abbiamo dominato. Due errori ci possono stare, hanno dato loro coraggio. Va fatto un plauso ai ragazzi perché abbiamo giocato bene, non è semplice in questo periodo». Una sconfitta che, nel contesto di un campionato già vinto, viene ridimensionata con una lucidità quasi filosofica: «C'è sempre voglia di vincere, ma come diceva il presidente Botter a Natale, meglio perdere due volte il derby ma vincere il campionato».
Tornare a quel pomeriggio di inizio aprile significa rivivere una sequenza di circostanze quasi cinematografiche. Il Treviso arrivava alla trasferta di Altavilla Vicentina dopo due sconfitte consecutive, in un momento in cui la pressione psicologica avrebbe potuto logorare qualsiasi gruppo. Invece, la risposta è stata collettiva. «Non mi aspettavo di poter festeggiare la matematica vittoria del campionato», ammette Gucher. «Volevamo dimostrare che il Treviso era ancora padrone del proprio destino. Dagli altri campi, gli avversari ci hanno messo del loro, con risultati che si sono incastrati alla perfezione. Il cerchio si è chiuso premiando la serietà di un gruppo che ha lavorato sodo».
Per comprendere questa stagione bisogna tornare all'inizio, al momento in cui Gucher ha deciso di approdare nella Marca trevigiana. La scelta non è stata casuale né dettata esclusivamente da ragionamenti tecnici. «Inizialmente non sapevo bene cosa aspettarmi da questa piazza», confessa. «Quando sono arrivato, il presidente Botter mi ha presentato un progetto triennale molto serio e mi ha offerto un contratto di due anni. Ho sposato questa sfida perché si percepiva un ambiente sano, una società che voleva uomini prima che calciatori».
Una distinzione — uomini prima che calciatori — che rivela molto della filosofia che ha animato il gruppo. E che smonta, implicitamente, la narrativa più diffusa nel calcio moderno: «Spesso si pensa che basti comprare giocatori forti per vincere, ma il calcio non funziona così».
In un'epoca in cui i riflettori si concentrano quasi esclusivamente su allenatori e giocatori, Gucher sceglie di fare qualcosa di raro: accende una luce sugli invisibili. Dietro la promozione del Treviso c'è una squadra parallela, fatta di professionisti che agiscono nell'ombra ma la cui incidenza, secondo il centrocampista, è stata determinante. «C'è una squadra invisibile che fa un lavoro clamoroso», dice. «Penso al nostro preparatore atletico Luigi Posenato, che ci ha permesso di correre fino all'ultimo minuto, o al match analyst Gerardo Furlanis, che taglia video ogni giorno per studiare i dettagli degli avversari. C'è il team manager Giuseppe "Pino" Graziano, una presenza costante, e poi i fisioterapisti che viaggiano avanti e indietro senza sosta per rimetterci in sesto. Senza di loro, la serenità che abbiamo portato in campo non sarebbe esistita».
Nessun percorso vincente è privo di fratture. Per il Treviso, il momento più difficile ha un nome preciso: Luigi Scotto. L'attaccante, protagonista di una stagione in grande spolvero, si è fermato per infortunio in un momento chiave, privando la squadra di un elemento capace di sbloccare le situazioni più complicate. «Scotto stava producendo numeri straordinari; era il giocatore capace di risolvere le partite bloccate con una singola giocata perché come gruppo sapevamo colpire al momento giusto», ricorda Gucher. «Il suo stop è stato un colpo duro per lui ma anche per noi. Però siamo una squadra intelligente. Invece di abbatterci, quell'episodio ci ha responsabilizzati ulteriormente. Abbiamo capito che ognuno di noi doveva dare quel qualcosa in più».
Con la promozione in tasca, lo sguardo si sposta inevitabilmente al futuro. Gucher, però, non si sbilancia oltre il necessario. La programmazione, dice, spetta alla società. Il compito dei giocatori, per ora, è un altro: «La Serie C è il primo mattone. Essere lì significa essere dove volevamo stare fin dal ritiro estivo. Adesso spetta alla società fare il lavoro di programmazione; noi ora onoreremo il campionato fino all'ultimo secondo, per rispetto di chi lotta ancora per la salvezza o per i playoff».
Una dichiarazione che dice tutto sulla mentalità di un uomo abituato a vincere senza dimenticare il valore della strada percorsa — e il rispetto dovuto a chi quella strada sta ancora cercando di completare.
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