La Dea Eupalla, signora sovrana delle umane pedate, ha infine voltato del tutto le terga alla nostra sventurata Penisola. Tre volte. Tre nefaste, consecutive volte siamo stati ricacciati con ignominia dai confini dell’orbe calcistico, orbati di quel Mondiale che un tempo consideravamo nostro feudo naturale. Un triplete al rovescio che farebbe arrossire di vergogna persino i più impudenti. Il buon Gabriele Gravina, preso tardivo atto dell’immane disastro, ha infine tolto il disturbo e rassegnato le dimissioni, liberando il soglio federale. Meglio tardi che mai, brontolerebbero in osteria.
Ma il morbo, cari miei lettori, è ben più profondo delle membra di un singolo presidente posate su una comoda poltrona. Il nostro pallone è stato lentamente asfissiato e strangolato dai politicanti del calcio, oscuri burocrati travestiti da statisti che per lustri interi hanno obbedito a un’unica, meschina e suprema logica: la sacra conservazione del proprio scranno. Hanno sempre e solo guardato al proprio orticello politico, ai voti di scambio, alle alleanze di palazzo. Alla semina del talento, invece, non ha mai badato nessuno.
Nel delirio normativo di questi miopi travetti, si sono inventate scempiaggini che gridano vendetta al cospetto degli dei. Prendete le famigerate regole sull'obbligo degli "Under" tra i Dilettanti. Un autentico abominio tecnico! Qualche scienziato della scrivania ha preteso di creare i campioni per decreto legge, costringendo poveri allenatori a schierare imberbi giovanotti non per virtù pedatorie, ma per mero calcolo anagrafico. Il risultato? Abbiamo disperso talento. Abbiamo illuso onesti fanciulli illudendoli di essere calciatori, per poi vederli gettati via come stracci vecchi al compimento del loro ventiduesimo anno, sostituiti da nuovi "sotto-quota" utili solo ad assecondare la regoluccia di turno.
E non contenti, gli illuminati soloni del Palazzo hanno partorito quell'altra mostruosità che è la norma sul minutaggio in Serie C. L'intento era, a dir loro, nobile; la realtà è un bordello. Le società, sempre più asfittiche e affamate di baiocchi, si limitano a mandare in campo i giovinetti al solo e cinico scopo di incassare il premio in denaro della Lega. Carne da macello buttata nella mischia per elemosinare quattrini, non vivaio! Non si plasma il futebòl per raccattare spiccioli a fine stagione, non si costruisce un corsiero se il fine ultimo è sistemare il bilancio e non dominare la prateria verde.
In questo marasma, abbiamo ucciso la madre di ogni disciplina sportiva: la meritocrazia. Il nostro movimento è ormai invaso da metastasi purulente. Mi giungono all'orecchio voci assai tristi di padri borghesi disposti a sborsare fior di quattrini pur di veder sgambettare il proprio pargolo titolare; di sedicenti e mediocri mister che pagano di tasca propria le società pur di garantirsi l'esibizionismo di una panchina. È un turpe mercato delle vacche che oltraggia la decenza. Se il portafoglio gonfio scavalca chi ha fiato, intelligenza tattica e polmoni sani, allora il sistema è già cadavere.
Ed ora, nel pianto generale, i soliti gazzettieri e i populisti della pedata invocano cure che son peggiori del male. Invocano l'autarchia. "Sbarriamo le porte agli stranieri!", latrano. "Imponiamo per legge un numero minimo di italiani in campo nei professionisti!". Sublime fesseria. Se il livello tecnico del nostro prodotto indigeno è infimo, imporlo d'imperio non farà che abbassare ulteriormente la cifra tecnica dei nostri campionati. Costringere per decreto le squadre a schierare italici pedatori scarsi, incapaci di stoppare un pallone, non ci restituirà per magia i Baggio, i Riva, i Totti, i Rivera, i Cannavaro, i Nesta e chi più ne ha più ne metta.
L’antidoto non risiede in un malinconico sciovinismo calcistico, né nell'alzare barricate doganali contro i forestieri. La cura vera esige sudore, lungimiranza e pazienza rustica. Bisogna ripartire dalla restaurazione feroce della meritocrazia: gioca chi sa dare del tu al cuoio, chi regge l'urto, chi merita. Punto. E poi servono i mattoni, non i commi. Investimenti titanici nelle infrastrutture, nei campi di periferia, in strutture all'avanguardia dove i maestri (quelli veri, non i paganti) possano forgiare i muscoli e il carattere dei nostri ragazzi prima ancora del loro polpaccio.
Solo così, mondando finalmente il tempio dai mercanti e dai gaglioffi della poltrona, potremo sperare che la Dea Eupalla, lassù, smetta di piangere e torni a sorriderci. Altrimenti, rassegniamoci pure: il nostro destino sarà l'eterno oblio.
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