Giovanni Malagò non chiude la porta. Anzi, la socchiude con attenzione, pesando ogni parola. Intervistato dal podcast Sette Vite di Hoara Borselli — a poche ore dall'accreditamento ufficiale da parte della Lega Calcio Serie A in vista delle prossime elezioni federali — l'ex numero uno del CONI ha confermato il proprio interesse per la guida della Federcalcio, pur mantenendo una riserva che sa di calcolo politico tanto quanto di genuina cautela personale.
«La Figc è una sfida che mi affascina», ha dichiarato Malagò, sintetizzando in una frase la natura ambivalente della sua posizione: sedotto dalla prospettiva, ma non ancora convinto di volersi lanciare.
Ciò che rende la situazione politicamente rilevante non è solo il nome di Malagò, figura di primo piano nel panorama sportivo italiano, ma la compattezza con cui il sistema calcistico si è mosso attorno a lui. Diciannove club su venti della massima serie hanno firmato a suo favore, un risultato che lo stesso interessato definisce straordinario nel contesto di un ambiente notoriamente frammentato.
«È un unicum», ha sottolineato Malagò. «Per decenni hanno fatto fatica ad arrivare a una maggioranza semplice». Un mondo «famoso per la sua litigiosità e la sua esuberanza», secondo le sue stesse parole, ha trovato in sei giorni una convergenza larghissima su un nome esterno all'orbita federale.
È stato proprio questo dato a sbloccare la sua disponibilità a ragionare sull'ipotesi: «Dalla Serie A sono venuti a chiedermi la disponibilità. Ho detto che, quando ci sarebbe stato questo prerequisito formale, avrei iniziato a fare dei ragionamenti: poi uno va a parlare con le altre componenti e capire cosa ne pensano, per poi fare le proprie valutazioni».
Malagò non si limita a registrare il fatto politico, ma ne interpreta il significato operativo. Un consenso così ampio, argomenta, non risolve tutto ma cambia radicalmente le condizioni di partenza per chiunque si trovi a guidare un'istituzione complessa.
«Nelle cose complicate, bisogna anche essere pragmatici e realistici: se hai una certa dinamica di consenso, non dico che tutto si risolve, ma che sia più facile trovare risposte a problematiche, sennò ti ritrovi a combattere con i problemi e anche con qualcun altro». Una considerazione che suona come una premessa negoziale implicita: senza quella base di sostegno, la sua risposta sarebbe stata già un rifiuto. «Senza questo prerequisito così ampio avrei già declinato», ha precisato.
Sul perché proprio il suo nome abbia catalizzato un consenso così trasversale, Malagò offre una lettura che mescola lucidità e una certa dose di autoironia: «Forse perché sono credibile e molto affidabile. Anche chi non ama lo sa».
Eppure, nonostante l'appeal della sfida e la solidità del sostegno ricevuto, Malagò non ha sciolto la riserva. La Figc, con i suoi equilibri interni, le pressioni esterne e la complessità gestionale di un sistema che muove miliardi, rappresenta un impegno totalizzante. E l'ex presidente del CONI sembra voler valutare attentamente il costo personale di un'eventuale discesa in campo.
«Mi piacerebbe? È una sfida che mi affascina, ma al tempo stesso sono realista e mi rendo conto che ci sono delle situazioni che possono creare molte complicazioni al mio modello di vita. Devo fare delle riflessioni», ha concluso.
Una dichiarazione che lascia aperto lo scenario, ma che segnala anche come la decisione finale non dipenderà soltanto dalla politica sportiva, bensì da una valutazione più intima e personale. Il calcio italiano attende. Malagò, per ora, riflette.
Autore: Marco Pompeo / Twitter: @Marco_Pompeo
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