Un gruppo di cinque giovanissimi, tra i 15 e i 17 anni, è al centro delle indagini per il grave accoltellamento di Bruno Petrone, diciottenne promessa del calcio militante nell'Angri, avvenuto nella notte del 26 dicembre nel cuore della movida napoletana. Il ragazzo lotta tra la vita e la morte nel reparto di rianimazione dell'ospedale San Paolo di Fuorigrotta, dove è stato sottoposto a un delicato intervento chirurgico.
La svolta investigativa è arrivata quando un quindicenne si è presentato spontaneamente agli inquirenti pronunciando poche, inequivocabili parole: "Sono io che ho accoltellato il ragazzo a Chiaia". Una confessione che ha aperto la strada a una rapida ricostruzione dei fatti da parte dei carabinieri, impegnati sin dalle prime ore successive all'aggressione nell'identificazione dei responsabili.
Quasi contestualmente, presso la caserma Pastrengo di via dei Morgantini, un secondo minorenne di 17 anni si è presentato ai militari dell'Arma ammettendo la propria partecipazione all'episodio violento. Nel giro di poche ore, altri tre giovani hanno riconosciuto il loro coinvolgimento nell'accaduto, portando a cinque il numero complessivo dei ragazzi coinvolti nella vicenda.
Gli investigatori hanno ricostruito una dinamica che lascia poco spazio a dubbi sulla premeditazione dell'azione. L'aggressione si è consumata poco dopo l'una di notte in via Bisignano, una traversa del quartiere Chiaia frequentatissima dai giovani napoletani. Petrone si trovava seduto su uno scooter, voltato di spalle rispetto allo sterzo, mentre conversava tranquillamente con un amico. In quei momenti di apparente normalità, due motorini con a bordo cinque ragazzi hanno fatto irruzione nella stretta via.
La scena si è svolta con una rapidità brutale: i cinque hanno circondato il giovane calciatore iniziando a urlargli contro. Uno di loro, senza nemmeno preoccuparsi di nascondere il volto, ha estratto un coltello sferrando due colpi che hanno raggiunto l'addome, il torace e il fianco sinistro della vittima. Petrone è crollato a terra in una pozza di sangue, mentre gli aggressori si davano alla fuga a bordo dei loro scooter.
Il trasferimento d'urgenza all'ospedale San Paolo è avvenuto in codice rosso. I medici hanno dovuto procedere all'asportazione della milza durante un intervento chirurgico d'emergenza. Attualmente il diciottenne rimane ricoverato in terapia intensiva con prognosi riservata, anche se nelle ultime ore dall'équipe medica filtra un cauto ottimismo: le condizioni cliniche si sarebbero stabilizzate e la risposta alle cure risulta incoraggiante.
Le indagini condotte dai carabinieri hanno seguito diverse direttrici investigative. Inizialmente sono stati ascoltati gli amici che accompagnavano Bruno quella sera nella movida cittadina, insieme ai familiari del ragazzo. Un elemento emerso con chiarezza è che tutti i ragazzi coinvolti nell'aggressione provengono dal quartiere Arenaccia, la stessa zona residenziale della vittima e della sua famiglia.
Determinante si è rivelato l'esame delle numerosissime telecamere di videosorveglianza presenti nel quartiere Chiaia. Le immagini acquisite avrebbero fornito elementi probatori significativi, permettendo agli inquirenti di restringere progressivamente il cerchio attorno ai presunti responsabili. Le riprese, secondo quanto trapela dall'ambiente investigativo, mostrerebbero una sequenza compatibile con un'azione pianificata, una vera e propria spedizione punitiva organizzata ai danni del giovane calciatore.
La giovane età degli aggressori era emersa sin dai primi fotogrammi analizzati dagli investigatori. Questa circostanza, unita alla provenienza comune dal quartiere Arenaccia, ha indirizzato le ricerche verso l'ipotesi prevalente di una vendetta maturata per dissidi pregressi. Gli inquirenti ritengono che alla base dell'accoltellamento possa esserci una lite avvenuta in precedenza nella medesima zona, uno scontro che avrebbe generato rancore sufficiente a scatenare la brutale rappresaglia.
La pressione investigativa esercitata dai carabinieri ha evidentemente prodotto effetti immediati sul gruppo dei giovani coinvolti. Sentendosi braccati dalle indagini in rapida evoluzione, i ragazzi hanno scelto strade diverse: i primi due sono stati rintracciati e fermati dai militari, mentre gli altri tre si sono costituiti spontaneamente nelle ore successive, tutti di età compresa tra i 15 e i 17 anni.
Al termine degli interrogatori, quattro dei cinque minorenni sono stati sottoposti a provvedimento di fermo e trasferiti presso il Centro di prima accoglienza dei Colli Aminei, dove rimangono in attesa dell'udienza di convalida davanti al Giudice per le indagini preliminari del Tribunale dei minori. Gli inquirenti proseguono nell'attività investigativa per definire con precisione le responsabilità individuali di ciascuno dei partecipanti all'aggressione, elemento cruciale considerando le differenti condotte che potrebbero emergere dall'analisi delle prove raccolte.
Bruno Petrone, giovane di belle speranze nel panorama calcistico campano, era giunto a Napoli insieme a un gruppo di amici per trascorrere una serata spensierata nel centro della movida partenopea, ignaro del destino che lo attendeva in una delle vie più frequentate del capoluogo. La vicenda ha scosso profondamente l'opinione pubblica, riaccendendo il dibattito sulla violenza giovanile e sulla sicurezza nelle zone della vita notturna cittadina.
Mentre i legali dei minori fermati preparano le strategie difensive in vista dell'udienza di convalida, l'attenzione resta concentrata sulle condizioni di salute di Bruno Petrone. La speranza è che il giovane possa superare questa drammatica prova e tornare a coltivare il suo sogno sportivo, interrotto bruscamente da un'esplosione di violenza che solleva interrogativi inquietanti sul disagio giovanile e sulle dinamiche che portano ragazzi giovanissimi a compiere gesti di tale gravità.
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