Un vero e proprio miracolo sportivo quello compiuto lo scorso 10 maggio 2026 dal Sasso Marconi. La squadra che appena due mesi fa sembrava destinata ad un mesto ritorno in Eccellenza è riuscita con l'avvento del giovane tecnico, classe 1994, Carlo Alberto Bertone a ritrovarsi, conquistare i play-out e superare nella coda post season l'Imolese, vincendo per 2-0 ai tempi supplementari in trasferta.
Un'impresa sportiva sulla quale in pochi avrebbero scommesso. Tra quei pochi c'è proprio il giovane allenatore trentaduenne Bertone che lo scorso 3 marzo ha accettato di sedersi in panchina, sostituendo l'esonerato Franco Farneti ed ereditando una squadra in caduta libera. Quello di Bertone non è un profilo banale: vanta un passato come vice di Pedrelli a Sasso Marconi, ma soprattutto una solida preparazione teorica (è match analyst abilitato a Coverciano) e un'affascinante esperienza estera nella serie A dell'Uzbekistan con il Bunyodkor Tashkent.
Partiamo dalla grande soddisfazione di aver centrato la salvezza in casa dell’Imolese. Cosa ha detto alla squadra tra la fine dei tempi regolamentari e l'inizio dei supplementari per spingerla a trovare i due gol decisivi?
«Prima di tutto, chiaramente ad oggi è stata la gioia calcistica più grande della mia vita, e penso in generale uno dei giorni più belli della mia vita. Essendo che il calcio è, appunto, una fetta importante della mia vita. È stato un giorno speciale. È stata una partita complicatissima, perché andavamo ad affrontare una squadra che, se pur vero che aveva avuto dei problemi lungo l'annata, aveva dalle indubbie qualità. Tra l'altro se andiamo a vedere i giocatori sono praticamente gli stessi che l'anno scorso hanno fatto un campionato comunque molto positivo e stavano nella parte sinistra della classifica. Inoltre, giocavamo a Imola, dove non è mai semplice giocare come ambiente. E quindi sì, abbiamo fatto veramente qualcosa di straordinario. Ai ragazzi ho detto che dovevamo cercare di rimanere sempre dentro la partita, di non avere fretta perché sapevo che il gol sarebbe potuto arrivare anche verso la fine e quindi sotto quel punto di vista lì sono stato anche fortunato, perché gliel'ho detto e ci ho pure quasi azzeccato. Sapevamo di dover cercare di commettere meno errori possibili e di sfruttare al meglio le occasioni che ci si sarebbero presentate».
In sole otto partite di regular season e nel conseguente play-out doveva trovare il modo di risollevare un gruppo depresso. Qual è stato il primo tasto che ha toccato arrivando nello spogliatoio al 'Carbonchi'? Ha lavorato più sulla testa dei giocatori o sull'assetto tattico?
«Ho lavorato un po' su entrambe. La squadra comunque prima del mio arrivo giocava con un sistema di gioco diverso, aveva dei principi diversi, quindi abbiamo cambiato anche molto dal punto di vista tattico. Però, è chiaro che l'aspetto mentale è stato quello determinante, perché quando sono arrivato la squadra veniva da un filotto negativo (non vinceva dal 4 gennaio, ndr) ed era un pochettino giù di corda. Quindi, ho cercato, per quanto mi è stato possibile, di trasmettergli fiducia, di fargli capire che nulla era ancora perso e che si poteva tranquillamente pensare di togliersi da quella situazione lì. La salvezza, appunto, poteva arrivare anche all'ultimo secondo del playout. Da quando sono arrivato a loro avevo detto: "Sono otto finali", ne abbiamo giocate poi nove perché c'è stato anche il playout. Il nostro scudetto è stata questa salvezza, abbiamo fatto veramente qualcosa di straordinario che rimarrà nel cuore di tutti noi e anche nella storia di questa società, perché comunque non aveva mai fatto per tre anni di fila la Serie D. Abbiamo veramente scritto una pagina importante di un club che, nonostante rappresenti una cittadina di 14.000 abitanti, ha più di 100 anni di storia».
Quanto l'ha aiutata la sua formazione analitica e metodologica di match analyst nel preparare le partite in questa delicata rincorsa alla salvezza? Ha mai trovato diffidenza nello spogliatoio per via della sua giovane età o crede che oggi i calciatori seguano innanzitutto la competenza, a prescindere dalla carta d'identità?
«Mi ha aiutato un sacco il percorso che ho fatto, tutte le cose che ho cercato di mettere nel mio bagaglio mi hanno sempre dato qualcosa. Ho percepito la diffidenza non della squadra ma degli altri addetti ai lavori. C'erano probabilmente un po' di dubbi determinati dal fatto di non aver mai allenato prima, dei miei trentadue anni... e per questo mi fa piacere che poi sia andata così. Secondo me è un bello spot per il calcio italiano. Soprattutto perché io non ho un passato da calciatore, sono giovane ma sono la dimostrazione che con studio, determinazione e la voglia di fare tanti sacrifici, perché io ne ho fatti tanti, si può arrivare ad ottenere delle opportunità. A me è stata data ed io sono stato bravo a coglierla. Per quanto riguarda i ragazzi non sono stati diffidenti nei miei confronti, mi hanno dato la massima disponibilità da subito ed hanno creduto subito in quello che facevamo. Tant'è che mi ha stupito anche la velocità con cui si è riusciti ad apprendere determinati principi e a metterli anche in campo. Soprattutto vista anche la difficoltà del momento, invece loro si sono lasciati completamente guidare, e questa è stata, penso, la vittoria più grande, oltre al risultato ovviamente della finale. Perché vuol dire che mi sono fatto volere bene e che loro hanno percepito che c'era un'idea forte sotto».
Uscire dalla comfort zone del calcio italiano e misurarsi con un calcio radicalmente diverso come quello dell'Uzbekistan (dove è stato vice-allenatore e match analyst, ndr), quanto ha arricchito il Carlo Alberto Bertone allenatore? C'è qualcosa di quella esperienza portato con sé qui a Sasso Marconi?
«Tantissimo, perché comunque quando hai la possibilità di alzare il livello, di vedere anche giocatori di livello superiore rispetto a quello che eri abituato a vedere, rispetto alla Serie D, questo ti fa crescere sia dal punto di vista umano che dal punto di vista tecnico e tattico. Vedi qualcosa di diverso, e tutto ciò che è diverso alla fine ti fa crescere. Io penso che la diversità e il dubbio siano le più grosse fonti di crescita per un allenatore. L'anno in Uzbekistan mi ha cambiato la vita sotto tanti punti di vista, è stato un anno che mi ha permesso di arricchire me stesso sia a livello umano che a livello tecnico e tattico e mi son portato dietro tante cose. Non ne saprei dire una in particolare, però ho fatto tesoro di tutto».
Ha avuto l'occasione di osservare un movimento calcistico diverso dal nostro che vive una crisi sfociata anche quest'anno con la mancata qualificazione al mondiale. Siamo davvero così indietro ad altre nazioni?
«Non è tanto quanto siamo indietro noi, è che a volte non ci rendiamo conto di quanto gli altri siano andati avanti. Secondo me è questo il riassunto del momento del calcio italiano. E io me ne rendo conto perché è un atteggiamento che anche io avevo quando sono arrivato all'estero. All'inizio osserviamo un modo di pensare, di ragionale di mangiare, di cultura legata al calcio diversa e diciamo "Ah.. ma...". Lo vediamo come il male. Non ci rendiamo conto di quanto gli altri invece magari sono andati avanti. Non è tanto che noi ci siamo fermati, perché comunque secondo me anche qua le cose, bene o male, sono andate avanti però sicuramente con la globalizzazione ci sono degli stati, delle nazioni che hanno avuto una crescita che se noi l'abbiamo avuta del 10%, loro l'hanno avuta del 200%. Solo che noi rimaniamo ancora ancorati a determinate dinamiche e non riusciamo a capire quello che ci accade. Perdiamo contro la Norvegia e diciamo: "Come facciamo a perdere contro la Norvegia?". Poi vai a leggere la formazione della Norvegia e forse una spiegazione te la dai anche del perché perdi contro di loro, perché la Norvegia è forte. Il problema, quindi, secondo me non è tanto noi che siamo rimasti indietro quanto che gli altri quanto sono andati avanti».
È un quesito da porre al futuro presidente federale.
«Se potessi sedermi con lui, probabilmente la domanda che gli farei è questa, gli direi: "Lasciamo perdere quanto siamo rimasti indietro noi, ma quanto sono cresciuti gli altri? Io sono convinto che noi siamo sempre l'Italia, i giocatori ci sono ed il livello è superiore a quello che viene dipinto. Sicuramente però ci sono tante cose da sistemare».
La scorsa stagione è stato protagonista come vice di Pedrelli dell'altra salvezza col Sasso Marconi. Stavolta ha centrato un 'salvataggio d'emergenza', quanta voglia c'è ora di costruire una squadra partendo dal ritiro estivo? Ha già parlato con la società per capire se ci sono le basi per aprire un ciclo lungo qui a Sasso Marconi?
«Io con la società non ho ancora parlato, e sinceramente non lo so... Adesso voglio andare un attimo in vacanza, voglio staccare perché ne ho bisogno. Tra l'altro, a parte i due mesi che sono stato fermo dopo che ero rientrato dall'Uzbekistan, io praticamente vengo da due anni che non mi sono fermato un attimo. Adesso vado in vacanza e poi dopo parlerò con la società e quando la società mi farà la sua proposta poi valuterò. Quello che so è che io amo questo sport più di ogni altra cosa e che non mi interessa tanto il discorso del ruolo (primo, secondo, match analyst...), per me la cosa importante è il progetto, quello che c'è dietro, le persone. In questo momento non so dare una risposta. Ho bisogno veramente di ricaricare le pile perché ovviamente è stato bellissimo ma è stato anche molto faticoso... e quindi adesso mi prendo un attimo di tempo e poi vediamo».
Autore: Marco Pompeo / Twitter: @Marco_Pompeo
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