Ezio Capuano torna a parlare del suo rapporto con la Salernitana e della mancata occasione di sedere sulla panchina granata, un rimpianto che accompagna la carriera del tecnico campano. In dichiarazioni riportate da tuttosalernitana, l'allenatore ha ripercorso il legame profondo con la città che gli ha dato i natali e con i colori che ha tifato fin da bambino.
Il tecnico ha voluto innanzitutto ribadire il proprio attaccamento alle radici: "Non rinnego mai il mio passato. Sono nato a Salerno e quando ero un bambino mi svegliavo la domenica mattina e speravo ci fosse il sole per andare allo stadio a mettere gli striscioni". Parole che testimoniano un amore viscerale per la maglia granata, coltivato sin dalla giovane età attraverso la militanza attiva nel tifo organizzato.
Capuano ha fatto appello alla memoria storica della tifoseria salernitana per avvalorare i suoi ricordi: "Gli esponenti storici della tifoseria organizzata lo possono confermare". Un richiamo diretto a chi ha condiviso con lui quegli anni di passione giovanile sugli spalti dell'Arechi.
La questione della panchina mai occupata rappresenta evidentemente un tassello importante nella carriera e nella vita personale dell'allenatore. Con tono tra l'amaro e il rassegnato, Capuano ha spiegato: "Quando ho iniziato a fare l'allenatore è stato sempre il mio desiderio, su quella panchina si è seduto veramente chiunque e a me non hanno mai dato la possibilità".
Una constatazione che sottende anni di attesa e di speranze disattese, nonostante un curriculum che lo ha visto protagonista su numerose panchine del calcio italiano, prevalentemente nelle categorie inferiori. La sottolineatura sul fatto che "chiunque" abbia avuto l'opportunità di guidare la Salernitana evidenzia la frustrazione per un'esclusione percepita come ingiustificata dal punto di vista professionale.
L'allenatore ha poi offerto la propria interpretazione delle ragioni che hanno determinato questa esclusione: "Evidentemente non mi hanno reputato all'altezza di guidare la Salernitana". Una conclusione pronunciata con apparente distacco, ma che lascia trasparire il disappunto per una valutazione che Capuano sembra considerare discutibile, alla luce della sua esperienza e del suo curriculum.
Le dichiarazioni del tecnico campano sollevano interrogativi sul rapporto tra le società calcistiche e i professionisti legati al territorio, un tema ricorrente nel panorama sportivo italiano. Il caso di Capuano rappresenta infatti un esempio emblematico di come le competenze tecniche e la passione personale non sempre coincidano con le opportunità professionali, anche quando queste riguardano la squadra della propria città.
Il percorso professionale di Capuano si è snodato attraverso numerose esperienze in Serie C e Serie D, dove ha costruito una reputazione di allenatore capace e appassionato. Tuttavia, l'approdo sulla panchina granata è rimasto un obiettivo irraggiunto, nonostante gli avvicendamenti tecnici che hanno caratterizzato la storia recente del club salernitano.
La vicenda pone anche l'accento sulla gestione delle panchine nelle società calcistiche e sui criteri di selezione degli allenatori, spesso influenzati da logiche che trascendono il mero aspetto meritocratico. Il legame affettivo con una maglia, per quanto forte e genuino, non costituisce di per sé un titolo preferenziale nell'assegnazione di un incarico tecnico, sebbene possa rappresentare un valore aggiunto in termini motivazionali.
Resta il fatto che per Capuano l'impossibilità di realizzare questo sogno professionale costituisce un capitolo incompiuto della propria carriera, un'aspirazione che ha attraversato gli anni senza mai concretizzarsi. Le sue parole testimoniano come, nel calcio come nella vita, non tutti i desideri trovino compimento, anche quando sono alimentati da passione autentica e competenze riconosciute.
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