La storia di Riccardo Lattanzio al Barletta è un romanzo fatto di gol pesanti, rinascite insperate e un legame viscerale con una piazza che lo ha eletto a proprio simbolo, fino a dedicargli uno stendardo che lo ritrae come un santo protettore. Il capitano biancorosso, intervistato dai microfoni di Tele Sveva all'interno dello stadio Puttilli, ha ripercorso le tappe di una stagione leggendaria, segnata dal ritorno dei pugliesi nel calcio professionistico.
Il rapporto con la tifoseria è uno dei pilastri di questo successo, come dimostrato dall'affetto spontaneo che circonda il calciatore ogni domenica, un calore che va oltre il semplice risultato sportivo.
«È una domanda che dovreste fare a loro, ma naturalmente mi fa molto piacere. Lo striscione è nato dopo il gol dell'Andria per sfottò o fratellanza, sono contento dello stendardo e sono fiero di questo riconoscimento», ha spiegato Lattanzio a TeleSveva, visibilmente emozionato nel commentare il celebre coro «San Riccardo proteggici».
Il cammino verso la Serie C non è stato privo di ostacoli, specialmente quando il distacco dalla vetta sembrava incolmabile e le critiche iniziavano a farsi sentire pesantemente sull'ambiente.
«Quando la squadra è forte vedi che le altre sono alla portata, quel meno dieci era solo di passaggio. Ci abbiamo sempre creduto, ci ripetevamo che dovevamo restare sul pezzo finché non fosse arrivata la svolta e abbiamo avuto ragione perché non abbiamo mai mollato», ha ricordato il leader dello spogliatoio.
La stagione del capitano è stata però segnata da un momento di profonda angoscia, un infortunio subito a Fasano che ha fatto temere il peggio non solo per il campionato, ma per la sua stessa carriera.
«Inizialmente ho sottovalutato la botta, ho continuato a giocare ma poi ho visto che non riuscivo più a respirare. Quando i medici hanno valutato il danno al polmone, mi è passata tutta la carriera in testa e ho temuto di aver finito di giocare per un episodio del genere», ha confessato l'attaccante.
In quelle ore drammatiche, la forza per reagire è arrivata dagli affetti più cari e da un'ondata di solidarietà che ha travolto il giocatore, spingendolo verso un recupero record per tornare a guidare i suoi compagni.
«Mi sono stati vicini mia moglie e i miei figli, ma ho ricevuto messaggi anche da gente con cui non avevo mai lavorato. Quell'affetto mi ha dato una forza immensa, mi sono detto che dovevo rientrare ed essere ancora più forte di prima», ha proseguito nel suo racconto.
Il cambio in panchina tra Pizzulli e Paci ha rappresentato un altro snodo cruciale, gestito con maturità da un gruppo di uomini che ha saputo assumersi le proprie responsabilità nel momento più complicato.
«Quando viene mandato via l'allenatore lo spogliatoio è triste perché è una sconfitta per tutti. Ci siamo fatti un discorso da uomini, dicendoci che la colpa era nostra e che dovevamo ripartire più forti anche per il mister che era andato via», ha ammesso il capitano biancorosso.
L'arrivo di mister Paci ha poi innescato una marcia trionfale, caratterizzata da una mentalità feroce che il tecnico ha saputo trasmettere attraverso metafore diventate iconiche per la tifoseria.
«Il mister è un grande motivatore, ci diceva di non mollare l'osso e una volta preso a Pagani non lo abbiamo più lasciato. Ci trasmetteva serenità e consapevolezza dei nostri mezzi, siamo andati sempre più forti», ha sottolineato Lattanzio analizzando la striscia di vittorie.
Il 19 aprile resterà una data indelebile nella memoria del calciatore, con uno stadio Puttilli gremito ben oltre i limiti della capienza ufficiale per celebrare il ritorno tra i professionisti.
«Vedere lo stadio pieno con gente che urlava e piangeva è stata un'emozione unica. Questa è una piazza che per numeri e passione non merita solo la C, ma palcoscenici più alti come la Serie B», ha dichiarato con orgoglio il numero dieci.
Tra i momenti chiave della stagione spicca il rigore del pareggio contro il Martina, una palla che scottava tantissimo ma che Lattanzio ha trasformato con la freddezza dei grandi campioni.
«Quel pallone pesava, perdere uno scontro diretto in casa ci avrebbe allontanato dal traguardo. Non ho mai pensato di sbagliare, sentivo la spinta di tutta Barletta che voleva quel pareggio a ogni costo», ha ricordato parlando di quel 15 marzo.
Infine, uno sguardo al futuro e alla voglia di misurarsi ancora con il calcio che conta, con la consapevolezza di aver dato tutto per la maglia e di meritare una chance al piano superiore.
«Mi sento la Serie C mia, me la merito per il percorso fatto dall'Eccellenza a oggi. Ho ancora il fuoco dentro e mi piacerebbe esserci, ma bisognerà vedere cosa pensano la società e il direttore», ha concluso il capitano del Barletta.
Autore: Redazione Notiziario del Calcio / Twitter: @NotiziarioC
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