La delusione per l'eliminazione della Nazionale italiana dai playoff mondiali è ancora palpabile, ma Adriano Galliani invita alla riflessione piuttosto che al catastrofismo. Il dirigente sportivo, che ha scritto pagine indimenticabili della storia del calcio italiano al fianco di Silvio Berlusconi, prima al Milan e poi al Monza, ha affidato a Sky Sport le sue considerazioni sul momento del movimento calcistico tricolore, all'indomani del ko che ha escluso gli Azzurri dalla Coppa del Mondo.
"Non cominciamo con i de profundis. Un po' di tristezza c'è, certo, come tutti gli italiani", esordisce Galliani, che poi condivide un ricordo personale: "Ieri sera ero in un ristorante pieno di bandiere, pensi che io la prima partita che ho visto di una Nazionale è stata Svizzera-Italia 4-1 nel Mondiale del '54". Una prospettiva storica che gli permette di relativizzare il momento attuale: "In questi settanta e più anni ho avuto tante gioie, abbiamo comunque vinto altri due Mondiali dopo quelli dei Trenta, e fatto tante finali. Il calcio e lo sport sono così, fatti di up and down. Purtroppo è stato un martedì tristissimo, dopo la domenica meravigliosa di Sinner, Bezzecchi e Antonelli".
Proprio il contrasto tra il momento nero del calcio e i successi negli altri sport solleva interrogativi. Ma per Galliani si tratta di una questione ciclica: "Credo sia tutto ciclico, quando vinceva il calcio perdevano gli altri sport. Pensiamo al tennis italiano, non aveva nessuno ora ci sono quattro giocatori nei primi 20 posti del ranking. È così, una ruota che gira". Il dirigente sottolinea poi un aspetto geografico particolare: "E penso che Sinner è italianissimo, ma nato a 8 chilometri dal confine. E pensate cosa sarebbe il ciclismo con Pogacar se la Slovenia fosse ancora italiana. Non ho cose più intelligenti da dire. Sennò si può fare il giro delle sette chiese, ma lo trovo inutile e noioso".
Quando si passa ad analizzare le cause della crisi calcistica nazionale, Galliani si concentra su dati strutturali che vanno ben oltre le contingenze tattiche o le responsabilità individuali. Il confronto con gli anni Novanta risulta impietoso: "Certamente è cambiato tutto. Pensate alle vittorie dei club e della Nazionale, che è figlia del campionato, negli anni Novanta. In questo momento solo il 30% dei giocatori di Serie A sono selezionabili".
Il dirigente evidenzia come il campionato italiano abbia perso centralità nel panorama calcistico mondiale: "Ormai il nostro non è più un campionato d'arrivo ma di transito, l'ultimo Pallone d'Oro che giocava in Italia risale a vent'anni fa, era il nostro Kakà nel 2007. Per tre volte il Milan ha avuto i primi tre, una volta addirittura tutti i primi sei". Una trasformazione radicale rispetto a un'epoca in cui il calcio italiano dominava le competizioni europee: "È cambiato tanto, tutto. E l'analisi deve essere più approfondita di quanto sto leggendo e vedendo. Ricordiamoci che nel 1990 l'Italia vinceva la Coppa dei Campioni, la UEFA e la Coppa delle Coppe. Anni meravigliosi, con finali giocate da squadre italiane. Il fenomeno calcistico si è abbassato".
Galliani porta anche elementi tecnici a supporto della sua tesi: "A me piacciono molto le statistiche e i numeri, in Serie A la velocità del giro palla è tra le più basse in Europa, così come gli sprint". Dati che testimoniano un gap atletico e tecnico rispetto ai principali campionati continentali.
L'ex amministratore delegato non risparmia una difesa del commissario tecnico Gennaro Gattuso, sottolineando i limiti oggettivi del ruolo: "E poi in Nazionale non c'è un allenatore ma un selezionatore: cosa doveva fare Rino, avendo avuto i giocatori alla domenica sera per il giovedì?".
Sul piano arbitrale, Galliani rileva anche una contraddizione specifica dell'eliminazione: "E poi dico che il fallo di Bastoni era da rosso, ma non mi sembrava così diverso da quello di Muharemovic, che ha preso solo giallo".
Ma è soprattutto la richiesta di un'analisi complessiva il messaggio centrale delle sue parole: "E poi ci sono mille altre cose, tanti ragionamenti da fare per i quali serve uno sguardo più a 360 gradi rispetto a individuare un colpevole, che sia il presidente federale, il ct o le componenti". Una posizione che rifiuta il semplicismo della caccia al capro espiatorio e invoca invece un esame approfondito delle dinamiche che hanno portato il calcio italiano all'attuale situazione.
Nel giorno dell'80° compleanno di Arrigo Sacchi, Galliani ricorda la genesi di quella che resta una delle pagine più luminose del calcio mondiale. "Direi soprattutto di Berlusconi, io ne ho avute poi successive. Ha avuto una fortuna nella vita, Arrigo, che giochiamo un'amichevole Parma-Milan un anno prima del suo arrivo e poi anche in Coppa Italia sempre contro di loro", racconta il dirigente.
La scelta di puntare su un allenatore allora sconosciuto ai grandi palcoscenici fu una rottura totale con le convenzioni dell'epoca: "Lì allora Berlusconi mi chiede se i giocatori del Parma fossero più forti di quelli del Milan, io rispondo no e domanda perché giochino meglio di noi. Allora dico che forse avevano un bravo allenatore e Berlusconi dice di prenderlo. Al tempo le big prendevano solo allenatori di rango, quando mi chiede il curriculum lui disse che non importava, bastava che il Parma giocasse bene".
L'impatto di quella scelta fu rivoluzionario: "Arriva Sacchi e cambia la vita, all'intero calcio italiano". Galliani ricorda poi il riconoscimento della UEFA: "Ricordiamoci che la UEFA ha stabilito che le migliori tre squadre per innovazione in Europa sono state l'Ajax di Michels, il Milan di Sacchi e il Barcellona di Guardiola. Cose irripetibili, sono felice di aver avuto la fortuna di viverle".
Parole che, nel contesto dell'attuale crisi, suonano anche come un rimpianto per un'epoca in cui il calcio italiano non solo vinceva, ma innovava e dettava modelli tattici e organizzativi all'intero panorama europeo. Un primato oggi perduto e che, secondo Galliani, richiede un'analisi profonda e coraggiosa per essere compreso e, eventualmente, riconquistato.
Autore: Marco Pompeo / Twitter: @Marco_Pompeo
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