Resta sempre più difficile raccontare il nostro movimento calcistico. La banalità è dietro l’angolo, i rapporti sono sempre più rarefatti ed impregnati di quella stucchevole diplomazia del tornaconto, in cui chiamarsi amici è solo il modo più veloce per non essere mai davvero sinceri. Cordialità di plastica, un carnevale di 'caro mio' e sorrisi che non sono altro che la punteggiatura di un discorso che non scava mai sotto la superficie. Per questo ci sono interviste a cui – chi fa questo lavoro – tiene. E questa fatta ad Archimede Graziani è una di quelle. Perché oltre l’allenatore c’è un uomo di valori che richiamano tempi ormai passati. L'esperto tecnico, con la consueta e ruvida schiettezza che lo contraddistingue, ha deciso di aprire il libro dei ricordi, delle denunce e delle verità taciute in una lunga intervista esclusiva rilasciata ai microfoni di NotiziarioCalcio.com.
Un fiume in piena che travolge le ipocrisie del sistema calcio attuale, puntando il dito contro le storture normative, l'invadenza di certi direttori sportivi e procuratori, e l'atteggiamento complice di noi media. Ma, soprattutto, Graziani ci consegna una confessione intima, dolorosa e inedita, che getta una luce nuova sui suoi anni più difficili.
La norma che permette agli allenatori esonerati di riaccasarsi nella stessa stagione ha aiutato o danneggiato la categoria?
«Questa cosa andava capita all'inizio, oggi è troppo facile parlarne. Questa norma è nata per tutelare giustamente gli allenatori dei settori giovanili, che venivano spazzati via in cinque secondi dalla critica del genitore di turno. Ma dalla Serie A in giù è del tutto inadeguata. Oggi ci navigano dentro i soliti: procuratori, direttori e presidenti. La percentuale parla chiaro: andate a vedere quanti allenatori ex novo, fermi da inizio anno, sono stati messi sotto contratto dopo un esonero. Saranno cinque in tutta Italia. Tutti gli altri sono nomi riciclati, gente che è già stata esonerata mesi prima».
Perché accade questo?
«Perché conviene a tutti. Conviene ai presidenti che si liberano del contratto o a quelli nuovi che non pagano le mensilità pregresse; conviene ai procuratori che fanno tre transizioni all'anno. Si è creata una vera e propria casta di persone che si fanno girare. Oggi vieni esonerato perché magari sei inadeguato o hai problemi tecnico-tattici, e un mese dopo sei su un'altra panchina. E chi non fa parte di quel gruppo elitario, appoggiato da certi procuratori o amicizie mediatiche, resta fuori. Il compromesso è il silenzio di tutti».
In questo, noi giornalisti abbiamo delle colpe evidenti. Accondiscendiamo troppo spesso a questo sistema...
«Ci sono allenatori che attraverso i media fanno passare un'immagine artefatta. Vengono menzionati mille volte per tenersi buoni i giornalisti e viceversa. Così, chi fa il proprio lavoro in silenzio passa per scemo o per uno 'fuori dal mondo'. Gli altri semplicemente non hanno gli attributi per dire le cose come stanno».
Il paradosso è che, mentre la struttura calcistica sembra scricchiolare sotto il peso dei compromessi, il calcio giocato sta evolvendo.
«Bisogna distinguere. Il gioco del calcio non ha crepe, è ancora lo sport più bello del mondo, oggi ancora più di ieri. Tatticamente, se sai leggere le partite, offrono spunti favolosi. Oggi chi fa 'copia e incolla' è un ignorante, perché sottovaluta il calcio. Il problema è tutto il resto, l'impalcatura societaria. Non c'entra la sostenibilità di cui tutti si riempiono la bocca. Il problema è la serietà delle persone. In Serie C e D spesso assistiamo a teatrini e fallimenti annunciati perché spesso a capo delle società, o nel ruolo di direttore, ci sono persone che di calcio non capiscono nulla o, peggio, si mettono totalmente in mano ai procuratori».
A proposito di panchine, lei nel recente passato ha rifiutato varie offerte, alcune anche da piazze blasonate.
«Ho rifiutato a malincuore situazioni improponibili. E lo dice uno che non ha vergogna di ammettere che ha una grandissima voglia e necessità di lavorare, al contrario di tanti colleghi che vogliono far credere di essere tutti ricchi. Di recente ho avuto contatti con diverse società (tra cui piazze storiche tra Serie C e D, ndr), ho fatto riunioni fino a notte fonda, ma poi vedevo che il giorno dopo la decisione cambiava per la telefonata di un direttore di Serie A o per dinamiche che col calcio c'entrano zero. Dove vai a lavorare con questa gente? A fare le figure di rito? Io voglio solo serietà. Il campo e gli allenamenti non mentono mai, le scrivanie purtroppo sì».
Mister, c'è un passaggio della sua carriera che è stato spesso oggetto di tante speculazioni. Cosa ci può dire in merito?
«Rivelo una cosa che non ho mai detto a nessuno pubblicamente. Fino al 2015 allenavo ed ero cercato da mezza Italia. In quell'anno mi sono ammalato. Ho avuto un tumore. Sono dovuto stare fermo un anno e mezzo per curarmi. E sai cosa è successo in quel periodo? Sono venute fuori le cattiverie più squallide. Dicevano in giro: 'Il mister non ha più voglia', 'il mister è finito', si sono inventati mille storie per farmi fuori, per mettermi da parte. Nessuno sapeva la verità, non l'avevo detta nemmeno a certi parenti».
Una cattiveria inaudita da parte di un mondo che non perdona i momenti di debolezza.
«Esatto. Quando ho ripreso, per rientrare nel giro sono dovuto andare al Lanusei, ultimo in classifica con sette punti. Lì, ho dimostrato chi ero salvando la squadra, ma ho faticato tantissimo a togliermi di dosso quelle dicerie infondate. La salute viene prima di tutto, ne sono uscito e sono felice, ma le cattiverie gratuite mi hanno fatto male».
E poi ci sono state altre delusioni cocenti, esperienze in cui la sua coerenza ha pagato un prezzo alto…
«Sì, in piazze calde e importantissime del Sud ho vissuto sulla mia pelle cosa significa scontrarsi con un certo tipo di dirigenza. Se tu non sei manipolabile, se non fai quello che ti dicono loro o i loro procuratori di riferimento, ti spazzano via inventando falsità. Certi direttori non vogliono allenatori, vogliono persone da manovrare a loro pia cimento. Io non sono così. Non ho scheletri nell'armadio, non mi sono mai appoggiato a nessuno e posso guardare tutti a testa alta».
Qual è l'augurio per il suo futuro?
«Che qualche società seria, formata da persone perbene – e per fortuna ce ne sono ancora – abbia voglia di fare calcio vero. Io sono qui, integro, aggiornato e con una fame che molti si sognano. E soprattutto, libero di dire sempre la verità».
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