C'è un paradosso crudele che aleggia sul prato del "Rocchi", un enigma calcistico che sta tenendo un'intera tifoseria col fiato sospeso nel limbo dei playout: come si fa a retrocedere se hai la miglior difesa del campionato? Semplice: se hai dimenticato come si fa gol.
La stagione dell'Eccellenza laziale della Viterbese è tutta racchiusa in due numeri che sembrano sbeffeggiarsi a vicenda: 22 gol subiti (un bunker quasi imperforabile) e appena 23 reti segnate. Peggio dei gialloblù, in tutto il girone, ha fatto solo il fanalino di coda Aurelia. E se pensate che ben 5 di quei 23 gol portino la firma del capitano Francesco Manoni, rigorista glaciale, capite bene che il problema là davanti non è una semplice influenza passeggera, ma una patologia cronica.
Ma guai a dare la colpa a chi oggi scende in campo sputando sangue. La sterilità offensiva della Viterbese ha padri e mandanti ben precisi, ed è il frutto avvelenato di un "peccato originale" consumato l'estate scorsa.
Per capire l'agonia di oggi, bisogna riavvolgere il nastro alla scellerata programmazione (se così vogliamo chiamarla) del duo Manzo-Salaris. Con Guglielmo Manzo con la testa (e il portafoglio) già proiettata verso le vicende dell'Arezzo, e un Paolo Salaris lasciato al comando di una nave senza carburante, si è consumato lo smantellamento sistematico del meglio che la rosa 2024/25 avesse da offrire.
L'emblema di questa spending review suicida e micragnosa ha due nomi e cognomi: Andrea Fischetti ed Emanuele Capuano. Due attaccanti veri, gente che i gol li inventa e li concretizza. Furono messi alla porta senza troppi complimenti, considerati un lusso inaccettabile per le casse vuote del club. Il risultato? Fischetti oggi viaggia a 13 gol e 10 assist in altri lidi, e Capuano lo insegue a quota 9. Ventidue gol in due, regalati alla concorrenza. Una sentenza capitale per chi è rimasto a Viterbo a fare i conti con un attacco spuntato e con stipendi che già ad agosto erano un miraggio.
Non è finita lì. Le scelleratezze autunnali, fatte di promesse mancate e rimborsi fantasma, hanno svuotato lo spogliatoio. Proietti, Nesta, Follo, Marino: tutti in fuga, tutti a cercare pane e pallone altrove, lasciando la Viterbese depauperata tecnicamente e ridotta all'osso. Tutto questo mentre la vecchia dirigenza tirava inspiegabilmente per le lunghe una cessione societaria ormai vitale.
Poi, il 23 dicembre 2025, lo spartiacque. L'arrivo di Piero Camilli, "Il Comandante". Una boccata d'ossigeno per un moribondo. Ma i miracoli hanno bisogno di tempo, e il calcio non fa sconti. Camilli si è ritrovato in mano una squadra ingolfata nei bassifondi, a mercato di riparazione virtualmente chiuso. Pescare nel torbido bacino degli svincolati — gente spesso fuori forma o ferma da mesi — era l'unica via. Neanche il fisiologico "shock" del cambio in panchina poteva ribaltare strutturalmente una squadra costruita male e finita peggio.
La verità che nessuno a Viterbo deve dimenticare è una sola: essere ancora qui, a giocarsi la salvezza, è un miracolo sportivo. La Viterbese è una squadra sopravvissuta a se stessa e ai suoi ex carnefici.
Ora non c'è spazio per il bel gioco, non c'è tempo per i rimpianti sui gol di Fischetti e Capuano. C'è solo da mettersi l'elmetto, blindare ancora di più quella difesa d'acciaio e sperare in un episodio, in un guizzo, in un altro rigore del capitano. Raggiungere la salvezza quest'anno varrebbe quanto una promozione. Perché solo mantenendo la categoria inizierà la vera era Camilli. Il Comandante è pronto a fare tabula rasa, ma prima c'è da attraversare questo ultimo, asfissiante girone dantesco.
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