A margine dell'evento Il Foglio a San Siro, Ezio Simonelli, amministratore delegato della Lega Serie A, ha rilasciato una serie di dichiarazioni destinate ad animare il dibattito sul futuro del calcio italiano. Dai nodi strutturali del campionato alla candidatura di Giovanni Malagò alla presidenza del CONI, fino all'emergenza stadi in vista di Euro 2032: un quadro articolato, nel quale si intrecciano urgenze politiche, economiche e sportive.
Tra i temi toccati da Simonelli, quello che ha catalizzato maggiore attenzione riguarda il possibile sostegno della Lega Serie A a Giovanni Malagò in vista delle prossime elezioni del CONI. L'amministratore delegato ha scelto parole misurate ma inequivocabili: "Se sarà disponibile e dovesse vincere l'elezione sarà un grandissimo presidente. Il pallino è in mano a lui che deve valutare se accettare o meno questa disponibilità che la Serie A gli ha dato".
Un endorsement condizionato, dunque, che rimette all'ex presidente del CONI la decisione finale. Simonelli ha poi anticipato che lunedì la Lega presenterà a Malagò una serie di programmi, ai quali il dirigente potrà valutare come contribuire. Sul punto, l'AD ha mostrato di condividere la posizione espressa dal ministro per lo Sport Andrea Abodi — secondo cui non è un presidente a fare la differenza, ma le riforme — pur precisando che le due cose non si escludono: "Concordo con il Ministro Abodi ed è per questo che noi stiamo lavorando anche sui programmi che presenteremo lunedì al presidente Malagò che vedrà come integrarli. È chiaro che i programmi siano importanti ma se non c'è una persona capace di realizzarli, restano sulla carta. Credo che Malagò abbia sempre dimostrato di mettere a terra le idee sue e degli altri".
Sul fronte economico, Simonelli ha sollevato una questione che da tempo serpeggia negli ambienti del calcio professionistico italiano: la disparità fiscale tra l'acquisto di calciatori italiani e stranieri. Una distorsione di mercato che penalizza i club che investono su talenti nazionali. "Una delle ultime cose di cui abbiamo discusso è quella di non sfavorire l'acquisto di italiani. Oggi acquistare un italiano per una società di calcio è meno favorevole che acquistare uno straniero per due motivi: non c'è l'IVA sugli acquisti dall'estero, su questo ci stiamo lavorando e abbiamo già qualche idea su come risolvere in maniera neutrale questa anomalia di un calo di gettito".
Il secondo elemento di svantaggio riguarda le fideiussioni. Su questo punto, Simonelli ha avanzato una proposta concreta, già raccolta favorevolmente dal ministro Abodi: "La mia proposta — che ha trovato il favore del Ministro Abodi — è quella di avere una specie di 'Consorzio di Garanzia': non è una singola squadra a dover garantire un certo pagamento, ma un sistema statistico assicurativo che visti i gradi di insolvenza stabilisce qual è il rischio. Negli ultimi anni abbiamo avuto 2 fallimenti in Serie A quindi credo che il rischio di default sia molto basso".
La proposta di Aurelio De Laurentiis — presidente del Napoli — di ridurre il campionato a 18 o addirittura 16 squadre è tornata al centro del confronto. Simonelli si è mostrato cauto, riconoscendo da un lato le esigenze delle grandi squadre impegnate nelle competizioni europee, dall'altro la complessità politica di qualsiasi riforma del format. "ADL ha sempre grandi idee che sono un po' provocatorie. Il tema è molto divisivo, io ricordo sempre che la Serie A ha 20 squadre da 20 anni: non sono aumentate le partite in Serie A ma quelle che ci stanno intorno".
Il vero problema, secondo Simonelli, risiede nell'intasamento del calendario complessivo: "Capisco le esigenze dei grandi club che giocano la Champions di avere degli spazi per poter recuperare, oggi il calendario è talmente intasato che se ci dovessero essere partite rimandate per maltempo non sapremmo dove metterle. Noi potremmo lavorare un po' sui format interni come la Coppa Italia, però poi dovremmo dialogare con Uefa e Fifa perché il numero di partite è veramente eccessivo". L'eventuale riduzione del numero di club, ha concluso, "è un tema ampio che non passa solo dalla Serie A ma anche dalle altre leghe e si affronterà con il prossimo Presidente Federale".
È forse sul dossier infrastrutture che Simonelli ha usato i toni più accesi. La preoccupazione per lo stato degli stadi italiani in vista degli Europei del 2032 — che l'Italia co-ospiterà insieme alla Turchia — è definita senza mezzi termini: "Elevato perché per 20 anni non si è fatto niente. Noi in Italia abbiamo fatto 5 stadi quando altri paesi ne facevano 254. La Turchia ne ha fatti 25 nello stesso periodo di tempo".
Un ritardo che Simonelli ricollega a un sistema normativo che di fatto paralizza qualsiasi iniziativa: "C'è arretratezza nel modo di ragionare, abbiamo una serie di vincoli che in altri Stati non ci sono. A San Siro, nonostante lo stadio sia stato venduto a Milan e Inter, c'è ancora discussione sul tutto. Finché non usciremo da questo pantano delle norme avremo delle difficoltà". Il richiamo finale è alla necessità di accelerare con urgenza: "Dobbiamo lavorare 'pancia a terra' perché gli Europei arrivano 'domani mattina', i sei anni che mancano possono volare".
Simonelli ha anche ribadito come il rendimento della Nazionale italiana sia direttamente connesso al valore commerciale del prodotto Serie A sui mercati internazionali. Una relazione spesso sottovalutata nel dibattito pubblico, ma che l'AD considera strategica: "L'apertura ci dev'essere, perché il successo della Nazionale è il successo del calcio italiano e il successo del calcio italiano vuol dire anche successo della Lega Serie A nella vendita dei diritti all'estero. È chiaro che se le nostre Nazionali non hanno una ribalta, il prodotto che vendiamo è meno appetibile".
A sostegno della tesi, Simonelli ha citato i risultati recenti delle squadre di club: "Negli anni passati con due finali di Champions dell'Inter, la semifinale del Milan, la vittoria in Europa League dell'Atalanta, abbiamo avuto un rimbalzo. Se a questo aggiungiamo anche quello della Nazionale sarebbe ottimo per tutto il sistema".
In chiusura, l'amministratore delegato ha accennato alle difficoltà organizzative legate al derby della Capitale, che quest'anno deve fare i conti con la concomitanza degli Internazionali di tennis di Roma. "È complesso perché non c'è ampia libertà di scelta degli orari per motivi di ordine pubblico. Dobbiamo trovare uno slot orario che non vada a influire con gli Internazionali d'Italia. Purtroppo il calendario non è stato favorevole da questo punto di vista. Stiamo ragionando per far godere i tifosi di Roma e Lazio del derby, ma anche gli appassionati di tennis della finale degli Internazionali".
Un dettaglio apparentemente minore, ma che fotografa bene la complessità gestionale di un sistema sportivo sempre più affollato di eventi e sempre più a corto di spazio — fisico e temporale.
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