C'è chi guida e chi osserva, chi decide e chi consiglia. Nel calcio moderno, la figura del vice-allenatore è spesso sottovalutata, eppure può rivelarsi determinante nel costruire un'identità collettiva. Stefano Lucchini, braccio destro di Luciano Zauri sulla panchina del Campobasso, è uno di quegli uomini che agiscono nell'ombra, ma la cui presenza si sente eccome. Lo ha raccontato lui stesso nel corso di un'intervista rilasciata a "Zona Lupi", ricostruendo il proprio percorso — dal campo alla panchina — e svelando i meccanismi interni di un gruppo che sta scrivendo una pagina storica per il club molisano.
Dopo due decenni di carriera da calciatore, Lucchini ha compiuto una transizione che definisce quasi inevitabile. Non una rottura, ma una naturale evoluzione. Gli indizi, a ben guardare, erano già evidenti sul finire della sua esperienza agonistica, quando diversi allenatori cominciarono a intravedere in lui qualcosa di diverso dagli altri compagni di squadra.
«Negli ultimi due anni avevo la sensazione che nel comunicare con i compagni non fosse solo una comunicazione tra compagni, ma ci fosse già qualcosa di diverso nel modo in cui andavo a spiegare come stare in campo o come mettersi col corpo nella fase difensiva. Ho percepito che potesse essere il mio futuro», ha dichiarato Lucchini.
Un bagaglio di esperienze che ora mette al servizio dei calciatori del Campobasso: «Dopo 20 anni di carriera da calciatore, quello che posso dare ai ragazzi è sicuramente tanta esperienza, tanto entusiasmo e tanta voglia di raggiungere obiettivi importanti. Penso che sia il segreto per fare un lavoro difficile come quello dell'allenatore o far parte di uno staff».
Lucchini ha le idee molto chiare su cosa significhi ricoprire il ruolo di allenatore in seconda. Non si tratta di assecondare passivamente il primo allenatore, né di limitarsi a gestire l'ordinaria amministrazione dello staff. La sua visione è quella di un collaboratore attivo, capace di arricchire il processo decisionale con uno sguardo alternativo.
«L'allenatore in seconda è una figura che fa parte dello staff e aiuta in generale il mister e tutti i componenti dello staff. Secondo me deve essere bravo a mettere dei dubbi all'allenatore. Non è il "signor Sì". Deve essere qualcuno che completa, vede magari cose diverse perché durante un allenamento o una partita ci sono più situazioni che un allenatore in campo non sempre riesce a cogliere», ha spiegato.
Un compito che si esercita tanto in settimana, durante le sedute di allenamento, quanto nelle ore calde della partita: avvicinarsi al mister, segnalare dinamiche positive o negative, e persino mettere in discussione le scelte di formazione per offrire ulteriori opzioni. Una presenza discreta ma tutt'altro che passiva.
Forse il tratto più distintivo dell'approccio di Lucchini riguarda il rapporto con i calciatori. Una filosofia maturata anche per contrasto con esperienze vissute in prima persona da giocatore, quando la distanza tra panchina e spogliatoio era la norma.
«Da calciatore ho avuto allenatori che avevano un rapporto molto distante con la squadra. Quello che invece ho vissuto sia da allenatore da solo sia con lo staff di mister Zauri è il rapporto che riusciamo ad avere con i ragazzi. Secondo me è fondamentale percepire e capire determinate dinamiche sia in campo che fuori dal campo. Il rapporto di empatia e collaborazione, sempre con i dovuti ruoli, ha dato qualcosa di importante al nostro lavoro», ha affermato.
La persona prima dell'atleta: questo sembra essere il principio ispiratore. «Abbiamo cercato di creare questo dialogo, perché il giocatore magari si apre più facilmente. Non ci sono solo problemi in campo, è una persona e può avere problemi fuori. Dobbiamo essere bravi a percepire queste cose. Il dialogo è fondamentale», ha aggiunto Lucchini.
La cura delle relazioni umane ha prodotto uno spogliatoio che Lucchini descrive come vivace e coeso. Un ambiente dove la leggerezza convive con la determinazione, dove i calciatori cercano il contatto umano, scherzano, ridono e — letteralmente — cantano. Musica che aleggia nello spogliatoio come colonna sonora di un gruppo che ha saputo reinventarsi.
«Abbiamo cercato di ricostruire dalle fondamenta perché la squadra era cambiata parecchio. Abbiamo lavorato sia in campo sia sotto l'aspetto del gruppo, del dialogo, e penso che questo abbia portato dei risultati importanti. Nel percorso abbiamo cambiato anche modo di giocare, quindi vuol dire che si è creato qualcosa al di là del campo. Questo secondo me è il risultato che oggi vediamo, soprattutto nei momenti difficili quando la squadra è andata sotto ma è riuscita a reagire», ha sottolineato.
La capacità di reagire nei momenti difficili — di rimontare quando la situazione si fa avversa — è spesso il segnale più attendibile della solidità di un gruppo. E il Campobasso di questa stagione ha dimostrato di possederla.
Un capitolo a parte merita il rapporto con i tifosi. Lucchini non ha nascosto di essere rimasto colpito dall'intensità del legame tra la città di Campobasso e la propria squadra, un dato che ha scoperto già nelle prime settimane dal suo arrivo.
«Abbiamo una curva importante e molto presente. Mi ha colpito la prima trasferta a Ravenna quando sono arrivati in tantissimi e a San Benedetto quando erano più di mille tifosi. Questo vuol dire senso di grande appartenenza della città per la propria squadra ed è molto bello. Avere così tanti tifosi sia in casa che in trasferta è di grande aiuto per i ragazzi in campo. Io l'ho vissuto da giocatore: avere qualcuno che ti spinge è molto importante», ha detto.
Un tifo genuino, radicato nel territorio, che diventa parte integrante del progetto tecnico.
Al di là degli aspetti umani e metodologici, resta il dato sportivo: il Campobasso è tornato ai playoff dopo quarant'anni. Un traguardo che, a onor del vero, nemmeno lo staff si aspettava di raggiungere con questa rapidità.
«Quando siamo partiti l'idea era di migliorare il campionato scorso. Strada facendo questa squadra è sempre rimasta nelle prime 10 posizioni. Probabilmente non ce lo aspettavamo neanche noi di trovarci al quarto posto. Siamo contenti di esserci. Adesso stiamo sognando di poter raggiungere questo traguardo alla fine del campionato, anche se non sarà facile», ha concluso Lucchini.
Parole misurate, che sanno di concretezza e di ambizione insieme. Il profilo di un uomo — e di uno staff — che ha costruito qualcosa di solido lavorando nel silenzio, mattone dopo mattone, dal primo giorno di ritiro fino a questo finale di stagione che sa già di storia.
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