Nella lunga intervista concessa a NotiziarioCalcio.com (leggi l'intervista integrale seguendo questo link), sono tanti gli argomenti toccati dall'esperto allenatore Agenore Maurizi.
Tra questi, Maurizi ha analizzato e cause della crisi del calcio italiano, individuando nella formazione giovanile e nella mancanza di attività "selvaggia" alcuni dei fattori determinanti.
«Crisi del nostro calcio? Il miglior conoscitore di una casa è colui che la abita e non chi ne parla dal di fuori. E quindi bisogna stare dall'interno. Io posso parlare per quella che è la mia esperienza. Soprattutto in serie C arrivano calciatori non pronti, anche da squadre Primavera importanti. Questo mi dà l'idea che nel percorso di formazione giovanile si è persa qualche ora dedicata all'insegnamento dei fondamentali tecnici e della tecnica di base. Tutti sappiamo che la tecnica di base sono i movimenti necessari per eseguire un gesto tecnico, il quale gesto tecnico è il rapporto uomo-palla. Se questo concetto uomo-palla è di tre ore settimanali oggi, prima era di tre ore al giorno».
«Quindi - continua Maurizi - se gioco in un campo sotto casa mia tre ore al giorno è probabile che apprenda di più di quanto possa apprendere lavorando e toccando la palla oche ore a settimana. Indipendentemente del fatto che oggi molti se la prendano con gli allenatori-istruttori, è una questione proprio di tempo. Poi, per essere degli atleti di livello ci sono gli aspetti coordinativi. I giovani col fatto che si sono imborghesiti, non per colpa loro ma perché la vita è cambiata, l'attività si fa solo a pagamento, nelle scuole calcio e non c'è più l'aspetto "selvaggio" nel vero senso del termine di quando si giocava nei prati, ci si rotolava, o si giocava per le strade. E non è un caso che oggi molti atleti di un certo livello arrivino dal continente africano o dal Sudamerica dove questi aspetti sono ancora preponderanti nella vita dei giovani. Io ricordo quando ero ragazzino dopo la scuola calcio, avevamo un campetto sotto casa ed andavo lì con gli amici a giocare fino a notte fonda. Molti giovani queste cose non le sanno perché non le hanno vissute. L'Italia è piena di talenti ma è più difficile che questi crescano in un determinato modo».
«Nel mio paese - conclude l'allenatore - mi è capitato ultimamente di vedere dei ragazzini che giocavano tre contro tre su una strada in salita e sono rimasto sorpreso. Anche l'adattamento che serve per giocare in questo modo è fondamentale per lo sviluppo di un calciatore e noi questo lo abbiamo in gran parte perso. E non c'è niente da fare».
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