Una laurea in Economia e Management dello Sport, una gavetta formativa di altissimo livello come Responsabile del Settore Giovanile in piazze caldissime di Lega Pro (Casertana, Avellino, Paganese) e poi il salto dietro la scrivania come direttore sportivo, costruendo organici e salvando stagioni a Molfetta, Termoli e Baiano. Ma il capolavoro assoluto della giovane carriera di Vincenzo Devito si è compiuto quest'anno: chiamato al capezzale di un Angri in caduta libera, ha saputo compattare l'ambiente e centrare una salvezza in Serie D che aveva i contorni dell'utopia.
Oggi, a ridosso dei suoi 33 anni e in attesa del progetto giusto per ripartire, il direttore si racconta in lunga intervista concessa alla redazione di di NotiziarioCalcio.com. Una chiacchierata senza filtri, in cui si passa dal "miracolo" grigiorosso ai mali cronici del nostro calcio, ostaggio del "dio denaro" e povero di programmazione.
Il bilancio dell'avventura ad Angri di questa stagione è denso di emozioni, ma anche di retroscena incredibili su come è maturata una salvezza sulla quale in pochi avrebbero scommesso. «Quello che è stato fatto ad Angri ha dell'incredibile, lo definisco un vero e proprio miracolo sportivo – esordisce Devito –. Siamo stati bravi, dalla squadra allo staff, a compattarci e creare una famiglia. Le difficoltà erano enormi: non avevamo nemmeno palloni, cinesini o casacche. I ragazzi si sono autofinanziati per comprare le divise d'allenamento primaverili. Abbiamo vissuto una situazione drammatica, ma ci siamo guardati negli occhi e abbiamo tirato fuori gli attributi».
Eppure, nonostante l'impresa, le strade tra Devito e l'Angri si sono separate. Un addio maturato per divergenze di vedute con la nuova presidenza, nonostante il diesse stesse già lavorando per l'anno del centenario: «Per 15 giorni ho lavorato sotto traccia per l'Angri, avevamo un accordo col nuovo presidente. Io volevo confermare mister Nocerino, che aveva fatto un lavoro eccezionale salvandoci in condizioni disastrose. Avevamo pattuito tutto. Poi, una mattina, il presidente mi ha chiamato dicendo di voler portare l'allenatore del Casoria. Ho risposto che non potevo prendermi la responsabilità di un tecnico che non conoscevo e non avevo scelto io. Piuttosto che fare scommesse al buio, preferivo tenermi un uomo e un allenatore che la riconferma se l'era guadagnata sul campo. Così ho fatto un passo indietro».
Da profondo conoscitore dei settori giovanili e delle dinamiche dilettantistiche, Devito fotografa in maniera impietosa le storture del sistema calcio, dove la meritocrazia lascia spesso il posto al portafoglio: «Il dio denaro e gli "sponsor" stanno facendo malissimo al calcio. Ci sono società, anche in Serie D, che scelgono allenatori o direttori solo perché portano 80 o 100 mila euro di sponsorizzazione. E magari chi ha competenza resta a casa. Purtroppo oggi molti si 'prostituiscono' a queste logiche pur di avere un ruolo. Io non scenderò mai a questi compromessi. Il giorno in cui mi vedrete fare una cosa del genere, avrete il diritto di insultarmi. Se per fare calcio devo fare questo, preferisco stare fermo».
Non manca una stoccata anche alla confusione dei ruoli, sempre più frequente tra i dilettanti: «Oggi si vedono direttori sportivi che in realtà fanno i procuratori, piazzano i loro quindici giocatori per accontentare il presidente di turno che vuole risparmiare, senza avere mezza competenza tecnica. O presidenti che vogliono fare gli allenatori e i direttori. Manca la programmazione, che è la parola chiave per fare calcio».
Sulla crisi dei talenti in Italia, il dirigente campano ha le idee chiarissime, frutto del suo passato da responsabile delle cantere prof: «Non è vero che in Italia non ci sono più giovani o che è cambiato il DNA. Il problema è la nostra mentalità. In Campania i ragazzini giocano ancora per strada, potremmo essere una fucina infinita di talenti, ma le strutture sono inesistenti e non si investe» sottolinea con forza Devito. «Il problema più grande è che manca il coraggio di farli giocare. Se un giovane sbaglia, lo bruciano subito. I club preferiscono il nome vecchio a fine carriera o lo straniero. Nei settori giovanili professionistici non si lavora come si dovrebbe: le formazioni giovanili dovrebbero giocare con lo stesso modulo della prima squadra, per creare identità e preparare i ragazzi al salto. Invece regna la confusione».
Nonostante le sirene di mercato, Devito non ha fretta. Ha declinato alcune offerte fuori regione e aspetta la scintilla giusta: «Ho ricevuto chiamate, ma progetti che non mi entusiasmavano. Se mi si parla di giovani e programmazione, sfondano una porta aperta. A una società non chiedo il budget, chiedo cosa vogliono fare da qui a tre anni. E intanto studio: parteciperò al prossimo corso ufficiale per direttori sportivi. Qualcuno mi ha detto di usare le scorciatoie o i prestanome, ma per me non esiste. Voglio studiare, superare l'esame e dimostrare sul campo, con le competenze, quanto valgo».
Autore: Marco Pompeo / Twitter: @Marco_Pompeo
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