Tre a zero alla Casertana. Un risultato netto, quasi inaspettato per chi conosce le vicende extracalcistiche che da settimane attanagliano il Siracusa. Eppure, domenica scorsa, lo stadio De Simone ha potuto assaporare un pomeriggio di calcio vero, quello che sa di riscatto e orgoglio. E tra i protagonisti della vittoria c'è lui, Nicola Valente, autore del terzo gol e simbolo perfetto di una squadra che continua a lottare nonostante tutto.
Le sue parole al quotidiano La Sicilia hanno il sapore autentico di chi vive il calcio con la pelle, non solo con i piedi: "Soffro da morire quando sono fuori". Una frase semplice, diretta, che racconta molto più di mille comunicati stampa. Valente ha saltato diverse partite per un infortunio in allenamento – "banale", lo definisce lui, quasi minimizzando – ma il dolore vero non è stato quello fisico. È stato restare in panchina, guardare i compagni sudare per quella maglia mentre le difficoltà societarie si facevano sempre più pesanti.
Il Siracusa sta attraversando uno dei momenti più complicati della sua recente storia. Ritardi nei pagamenti, incertezze sul futuro, voci di cessione o peggio. Il classico copione delle società di Serie C che scivolano verso il baratro. Eppure, contro ogni logica, la squadra continua a macinare prestazioni. La vittoria sulla Casertana ne è la prova lampante.
"Nonostante le difficoltà extracalcistiche che stiamo attraversando, abbiamo fatto una prestazione importante", racconta Valente con quella lucidità che appartiene solo a chi ha già visto troppi drammi nel calcio minore. Ma c'è qualcosa che tiene insieme questo gruppo: l'affetto della gente. "Sentiamo tantissimo l'affetto della gente e abbiamo una grande responsabilità nei confronti dei tifosi", aggiunge.
Ed è proprio questo il punto. Quando gli stipendi non arrivano, quando la società barcolla, cosa resta? Resta il tifo, restano le curve piene (o quasi) di chi continua a credere, resta la responsabilità morale verso una città che nel calcio ha sempre cercato un motivo di orgoglio.
La tentazione, in momenti così, è forte. Svincolarsi, cercare una squadra più stabile, mettere al sicuro il proprio futuro. Valente è stato chiaro: "Non ho mai pensato di andare via, anche nel momento più delicato della stagione". Parole che suonano quasi anacronistiche nell'era del calcio-business, dei procuratori sempre pronti a spostare pedine, delle clausole rescissorie. Ma che, forse proprio per questo, colpiscono ancora di più.
Giocare al De Simone, per lui, è qualcosa che va oltre il contratto: "Giocare nel nostro stadio mi emoziona". Non è retorica. È l'attaccamento viscerale a un progetto, a una comunità, a un'idea di calcio che resiste nonostante tutto.
E poi c'è il mister, Marco Turati. "Un martello incredibile", lo definisce Valente, "riesce sempre a tirarci su, anche psicologicamente". In una situazione del genere, l'allenatore non è solo un tattico: è uno psicologo, un motivatore, un leader morale. Turati sta tenendo insieme un gruppo che sulla carta dovrebbe essere già esploso, travolto dalle pressioni e dalle incertezze. Invece no. Invece il Siracusa vince 3-0, gioca bene, corre, lotta.
È il miracolo quotidiano del calcio minore italiano, dove spesso i valori umani contano più dei bilanci. Dove un gol può significare molto più di tre punti in classifica.
La domanda resta: quanto potrà durare? Il calcio è fatto di risultati, certo, ma anche di sostenibilità. Il Siracusa dovrà fare i conti con la realtà, prima o poi. Ma intanto, storie come quella di Valente ci ricordano perché continuiamo ad amare questo sport. Perché dietro ogni partita, dietro ogni gol, ci sono persone vere, che soffrono, che gioiscono, che scelgono di restare anche quando sarebbe più facile andarsene.
E in un'epoca in cui il calcio sembra sempre più distante dalla gente comune, queste storie hanno un valore inestimabile. Più di un gol. Più di una vittoria. Più di tutto.
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