I soldi sono finiti, ci sono club che non hanno un euro in cassa, faticano a saldare stipendi e versamenti. Il pallone italiano è in stato comatoso, ma che problema c’è? Non ci sono malati se non ci sono controlli. Di deroga in deroga, di rinvio in rinvio, la FederCalcio sta riuscendo a realizzare il sogno di tutti i patron: praticamente un intero campionato senza tasse e accertamenti. C’è chi non paga un euro di contributi da luglio 2020, e magari non lo farà fino a maggio, quando la stagione sarà conclusa. Sono mesi che il pallone piange miseria, e non ha tutti i torti. Il Covid ha chiuso gli stadi, volatilizzato i ricavi degli spettatori, fatto scappare gli sponsor: per la sola Serie A, è stimata una perdita di 200 milioni per la stagione 2019/2020, addirittura 700 con quella in corso. Reale o esagerata che sia, quelle dei patron sono le classiche lacrime di coccodrillo, visto che la pandemia ha solo esasperato le contraddizioni di un sistema che non stava in piedi da tempo. Travolto dal virus, il pallone aveva due strade davanti: tirare la cinghia e provare finalmente a riformarsi, oppure far finta di nulla e sperare in un aiuto. Ovviamente ha scelto la seconda.
La soluzione è stata smettere di pagare tutto ciò che era possibile non pagare. Gli stipendi, quelli sono rinviabili fino a un certo punto: i calciatori gratis in campo non ci vanno, ogni tanto protesta l’AssoCalciatori (che pure da quando ha sposato la linea del presidente federale Gravina esercita il suo ruolo di sindacato sempre più flebilmente), qualcosa si può risparmiare, spalmare su più anni, ma bisogna trovare l’accordo individuale, giocatore per giocatore. È più facile con le tasse: Lega e Federazione battono cassa col governo chiedendo aiuti e dilazioni, finché arriva la cartella esattoriale è tutto tempo guadagnato. Il problema è che il calcio italiano si era dato un sistema di regole precise, controlli, scadenze, indicatori, per monitorare lo stato di salute dei club ed evitare nuovi casi Parma.
Il saldo puntuale di stipendi e contributi è proprio uno degli obblighi principali da rispettare, per non incorrere in pesanti penalizzazioni. Solo che da mesi ormai la Figc, ogni volta che arriva la scadenza, puntualmente la rinvia. A settembre ha spostato il termine a novembre, a novembre lo ha posticipato a febbraio. A dicembre (grazie a un emendamento del Pd costato decine di milioni alle casse dello Stato) è riuscita ad ottenere la sospensione dei contributi per le mensilità di gennaio/febbraio. A quel punto, visto che tanto la prima rata di questo bimestre sarà dovuta solo dal 31 maggio, nell’ultimo consiglio federale si è deciso di rinviare a tale data pure i controlli sulle mensilità precedenti (che invece non sono state sospese e dunque restano dovute al Fisco). Il risultato è che ci sono società che non pagano i contributi da giugno 2020 (in attesa di nuovi favori sulle prossime mensilità). Niente nomi, tutto avvolto dalla riservatezza, ma quali siano le squadre più in crisi non è un mistero. Sanzioni zero, anche perché non ci sono controlli. Sono quasi tutti contenti, tranne quei presidenti (pochi) che avevano saldato le pendenze in tempo. Ingenui loro.
La deroga, che è arrivata spesso a ridosso della scadenza, ha graziato quelli che non ce l’avrebbero fatta (e che magari adesso si salveranno o si qualificheranno per la Champions League, al posto di società più sane). Prima o poi i nodi verranno al pettine, ma per allora diversi patron sperano di vendere un pezzo di campionato ai fondi d’inves timento (la ragione per cui è ancora bloccata l’assegnazione dei diritti tv) e con quei soldi mettere una toppa al buco in bilancio. La Figc, invece, dirà che non c’era - no alternative, perché altrimenti troppi club sarebbero falliti a causa del Covid. Che l’ha fatto per evitare di stravolgere la classifica con le penalizzazioni, per non falsare il campionato. O forse il campionato più falsato è quello dove le squadre non hanno i conti in regola.
Autore: Maria Lopez
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